i fatti dopo il ragionamento

Riina junior e questo mio mestiere

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Il dovere professionale di mostrare il Male in tv e l'occasione sprecata da Vespa. Che ha accettato alibi, sorrisetti, frasi vuote, omissioni. Rinunciando all'unica arma per capire la realtà. Le domande 1459930447 Bruno Vespa | Blog diPalermo.it

Ho vissuto gli Anni di Piombo da bambina. Nell’età in cui percepisci la drammaticità di quanto accade intorno a te dagli sguardi e dai commenti della tua famiglia. L’età in cui hai bisogno di chi ti dica dove sta il Male. La mia guida nel viaggio a ritroso nel periodo buio del terrorismo è stato un giornalista, Sergio Zavoli, un mostro sacro, un professionista di grandezza tale che, quando ti chiedono che lavoro fai e pensi a lui, fai fatica a rispondere “la giornalista”.

Nel 1989 ebbe il coraggio di raccontare quegli anni in una trasmissione memorabile che si intitolava La Notte della Repubblica. Un esempio di quel che dovrebbe fare il servizio pubblico. Linguaggio sobrio, nessun eccesso, nessun timore di mettere le mani in temi scabrosi, dolorosi. Chiarezza, lucidità, obiettività, voglia di capire. Nel 1989 le ferite del Paese erano aperte (lo sono ancora per certi versi), ma Zavoli riuscì a raccontare la notte della Repubblica con sapienza, scegliendo una strada pericolosa: far parlare i cattivi, brigatisti come Moretti tanto per capirci, gente che aveva sulla coscienza il sangue di innocenti.

Erano interviste pesanti, alla fine di ogni puntata provavi quasi un senso di stanchezza fisica. C’era tensione, sofferenza. In chi si trovava a raccontare le folli scelte fatte e in chi poneva le domande. Le domande, sì, è tutto lì. Le domande sono tutto nel nostro mestiere. Sono la chiave, l’arma che abbiamo per leggere la realtà e raccontarla.

Chi dice che la Rai, il servizio pubblico, non può intervistare il figlio di Riina non ha idea di cosa sia il giornalismo, una professione alta, nobile, che ha come fine raccontare quel che accade, fornendo a chi legge chiavi di lettura e strumenti per costruirsi un’opinione propria. Prima che l’intervista andasse in onda ho discusso, anche molto animatamente, con persone che ritenevano scandaloso e pericoloso dare al mafioso Riina jr la possibilità di parlare davanti al grande pubblico.

Ad alcuni ho cercato di spiegare il mio punto di vista, il punto di vista del giornalista, che non è un prete, né un magistrato. Che non è interessato a ravvedimenti morali né a perseguire i reati, ma vuole solo capire e far capire. Comprendo e rispetto certi pregiudizi, i no aprioristici che nascono dal dolore, il rifiuto di chi per mano mafiosa ha visto morire amici, familiari. Ma io faccio un altro lavoro. E per mia fortuna ho anche la giusta distanza da sofferenze che, immagino, non basti una vita a dimenticare.

Bruno Vespa aveva una grandissima opportunità. Far capire a chi non sa, a chi non conosce e ai tanti che, per comodo o subcultura ne hanno una visione distorta, cosa è la mafia. Aveva una chance incredibile: il figlio mafioso del capo di Cosa nostra davanti a sé. Attraverso lui avrebbe potuto condurci all’inferno, far cogliere contraddizioni, pochezza e orrore di quel mondo. Avrebbe potuto. Se avesse fatto le domande giuste.

Ho aspettato Porta a Porta con ansia (credo sia la prima volta nella mia vita) sperando di poter dire “visto, è stato utile”, ma ho capito dopo poco che così non sarebbe stato. Vespa le domande giuste non le ha fatte. Ha lasciato che il figlio mafioso di Totò Riina si nascondesse dietro alibi ridicoli, sorrisetti imbarazzati, frasi vuote, omissioni frutto di omertà e complicità, balbettando di rimando obiezioni timide. Come se avesse davanti lo zio Michele di Avetrana. Vespa le domande giuste non le ha fatte. Né si è indignato davanti a un criminale che non ha nemmeno la grandezza del Male, un incolto arrogante che, passando davanti alla stele di Capaci, ricordava, ridendo, di quando il padre aveva fatto abbassare le corna allo Stato. Un criminale che non esprime giudizi sui magistrati uccisi, ma di fronte alle telecamere parla di rispetto per i morti, tutti i morti. Come se i morti fossero tutti uguali.

8 commenti

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  • 08 aprile 2016 09:43

    il motivo per il quale Riina jr non avrebbe dovuto mettere piede, in particolare alla Rai, ( che è servizio pubblico a pagamento ) è semplice: la pubblicità in prossimità dell’uscita del suo libro. Riina non è Saviano, anzi, ed è sconcertante la virtuale” sponsorizzazione” dell’emittente pubblica, tutto qui, semplice, no? di quella intervista ne ho visto un minuto scarso e tanto è bastato per indurmi a cambiare canale, non ne valeva la pena, il modo di rapportarsi dell’intervistato era inquietante. purtroppo Vespa non ha nessuna attenuante, le domande giuste non le ha fatte non certo per imperizia, caso mai il contrario, insomma non ha voluto farle, e questo lo discredita non tanto professionalmente quanto eticamente. insomma ha giocato sporco, molto sporco, e dato che Vespa non è esattamente il primo che passa, sono 40 anni di carriera, ha scritto libri che ci raccontano a noi stessi ecc ecc… se ha valutato, cosi come senza dubbio avrà fatto, opportuno prestarsi a tanto… boh…

  • 08 aprile 2016 12:01

    Bellissima analisi!

  • 08 aprile 2016 15:29

    concordo in pieno, ha sbagliato un rigore a porta vuota…mancavano davvero le domande e, dunque, non sono arrivate risposte.

  • 08 aprile 2016 16:51

    Ok, sono d’accordo anche io con quanto detto da Giusi.
    Un professionista di tale livello, super pagato anche da me, non poteva/doveva sbagliare.
    Ed ora?
    Pagherà pur qualcosa. Gli ridurranno qualche euro. Cambierà trasmissione.
    Io, personalmente, non credo, ma vedremo.

  • 08 aprile 2016 17:25

    L’intervista era stata bocciata prima che venisse trasmessa. Tutti ne parlavano male senza averla vista. Che valore hanno adesso le critiche sul modo in cui Vespa, già irrimediabilmente condannato apriori e a prescindere, ha fatto le domande? Non sono giornalista né tanto meno sono una fan del superpagato (che c’entra, però, in questo caso?) conduttore televisivo. Non faccio distinzioni tra la Rai come servizio pubblico e Servizio pubblico (la trasmissione di Santoro) che intervistò il figlio di Provenzano, lasciandogli dire tutte le menate (e lanciare tutti, ma proprio tutti, i messaggi) che voleva (e le critiche furono assai blande). Vespa, nel caso specifico, ha fatto il suo dovere: le domande c’erano e le risposte sono state molto ma molto scadenti, come il personaggio intervistato. E in questo senso l’intervista è stata molto utile: ci ha fatto capire cioè quanto sia inutile Riina jr e – ancora di più – il libro che ha scritto. Che comunque, grazie alla pubblicità che tutti gli stiamo facendo, venderà un mare di copie.

  • 08 aprile 2016 17:36

    Mentana ha detto che intervistare uno che presenta un libro non è giornalismo. Mettetevi d’accordo perché siete entrambi giornalisti. Come se Sting e la Tatangelo dicessero cose discordanti. Sono entrambi cantanti. Giusto?

  • 09 aprile 2016 00:29

    A quando l’intervista con il figlio di Matteo Messina Denaro?

  • 09 aprile 2016 08:24

    Mi dispiace ma nessuno parla della realtà e cioè che quella di Vespa è stata una marchetta alla casa editrice…

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