i fatti dopo il ragionamento

Ciò in cui Mimmo credeva

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La perdita di un collega, un amico, un maestro, uno spirito libero dalla schiena dritta e lontano dai compromessi. Da lui ho imparato il mestiere e il rigore. E la fedeltà a certi ideali che, cosa rara, metteva in pratica ogni giorno Giornalisti | Blog diPalermo.it

L’ultima cosa bella che abbiamo fatto insieme, qualche giorno fa, è stata quella di pubblicare sul giornale una vecchia foto di Gramsci. Quella foto è la prova dello sforzo di un redattore che non è un impiegato, ma cerca di fare informazione, pensando sempre al lettore e per questo non si tira indietro se per illustrare una sentenza civile deve fare una ricerca in archivio: li perde dieci minuti, purché il giorno dopo il giornale sia ben fatto.

“Ciao cara, di questa storia quanto vuoi scrivere?”, così diceva quasi sempre Mimmo. Che ti chiedeva come stavi e, dopo le ormai solite battute sul suo desiderio di andare in pensione, concludeva sempre con un “grazie, ti abbraccio”. Un’umanità e una gentilezza, un’intelligenza vivissima, che ho avuto il privilegio di conoscere dal giorno del mio primo contratto al Giornale di Sicilia, ormai undici anni fa.

C’è chi Mimmo l’ha conosciuto molto meglio di me, ma in quella redazione lui per me era un punto di riferimento granitico: al di là dei consigli che era sempre disponibile a dare – e se una cosa te la diceva lui potevi stare tranquillo – da sempre ne ho ammirato la correttezza e la lealtà. La fedeltà a certi ideali – prettamente di sinistra – che lui non era disposto a barattare e che, fatto eccezionale, metteva in pratica ogni giorno. Spesso mi sono detta che se Mimmo quella volta, con garbo e una punta di rabbia, è riuscito a dire di no, a non piegarsi a una logica che aborriva, allora lo posso fare anch’io.

Gli ho confidato amarezze, anche stupide, sempre mi ha incoraggiata. Con lui si poteva parlare di tutto, con serenità e dialogando davvero. Non aveva un cellulare, ma una cultura che non si sa dove iniziasse e se finisse, eppure mai l’ho visto guardare qualcuno dall’alto in basso. E avrebbe potuto essere spocchioso e ambizioso, anche rancoroso: ha lavorato con tante persone che si avvicinavano per la prima volta a questa professione, sarebbe stato facile fare l’arrogante, sfogare frustrazioni a casaccio su questi giovani, come fanno in tanti. Ma lui, schivo e lontano dalle ribalte che in troppi miseramente rincorrono, aveva senz’altro capito che la sostanza conta molto più dell’apparenza, che essere forti con i deboli è la più grande della minchiate.

Mimmo era libero tutti i martedì. La sera prima si informava per sapere chi l’avrebbe sostituito. E, in un posto in cui spesso prevale la schizofrenia e l’aridità, ti lasciava le consegne, pezzi arretrati, dritte per poter agevolmente fare le pagine della provincia di Palermo. Avvertiva tutti i corrispondenti che al suo posto ci saresti stato tu. E loro il giorno dopo ti chiamavano, con la stessa gentilezza che aveva lui, disponibili all’ascolto proprio com’era lui. Ragazzi che oggi dicono di aver perso un maestro e un amico. Proprio come me.

L’ultima volta che abbiamo parlato era amareggiato, triste, ma poi – non ricordo neppure come – siamo finiti a discutere di cinema, di quando andò a vedere i film di Pasolini in terza visione, perché alla prima non aveva l’età per entrare. Siamo finiti sui tempi della narrazione delle serie poliziesche (“gli americani in una puntata, 45 minuti, ti danno l’omicidio e l’arresto; gli svedesi su un solo delitto fanno 10 puntate”, mi aveva detto ridendo). Dava sempre degli spunti stimolanti, dei punti di vista particolari e il tutto nel tempo di una sigaretta, affacciati su Villa Giulia.

Mimmo era un uomo dallo spirito libero e se n’è andato troppo presto, sentendosi male proprio in redazione, come un attore che muore sulla scena, per giunta di primavera. Non è retorica – di fronte a una persona così vera, a un intellettuale di questo spessore, è impossibile essere retorici – era davvero una persona perbene, sincera, come se ne trovano poche. Una grande perdita per il giornale, una grande perdita per chiunque sia convinto che un grande professionista sia prima di tutto un grande uomo.

4 commenti

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  • 18 aprile 2016 08:58

    Cara Sandra, hai tratteggiato alla perfezione il profilo di Mimmo che non esito a definire un gigante della professione. Era proprio così: un pozzo senza fondo di cultura e di umanità, un modello di sapienza, saggezza e umiltà. Professionista fino al midollo, scrupoloso come pochi. Un vero maestro. E poi la signorilità che accompagnava ogni suo gesto, ogni sua parola. Una persona fin troppo perbene, un collega prezioso che aveva da dare ancora tanto alla professione e alla sua famiglia. Non doveva andarsene così.

  • 18 aprile 2016 11:19

    Sandra, tu sei in grado raccogliere una parte della sua eredità

  • 18 aprile 2016 15:12

    Il giorno in cui Mimmo ci ha lasciati c’ero io al suo poso, ho alzato io il telefono quando suo padre prima e sua sorella ci hanno dato la terribile notizia (hanno avuto il pensiero di fare anche questo, hanno avuto anche la forza per pensare a questo nonostante il
    Dolore atroce che stavano provando) e in un certo senso ho detto io a tutta la redazione che Mimmo non c’era piu’. Ho avvertito io i suoi ragazzi/collaboratori che non c’era piu’ e ho fatto io le sue pagine. Non mi sono mai sentito cosi’ fuori posto in vita mia, non mi sono mai sentito cosi’ piccolo. Ho anche pensato di alzarmi e cambiare posto, lasciare libero quel 292, forse avrei dovuto farlo ma ero, eravamo, troppo scossi per poter davvero lucidamente pensare a qualcosa di giusto, di opportuno da fare. Nelle ore successive mi sono anche sentito di avergli in in certo senso mancato di rispetto, e che non dovevo mancargli di rispetto. E questo mi spiace. Io come Sandra sono un “contrattista”, vedevamo Mimmo quei mesi l’anno in cui siamo in redazione e lo sentivamo spesso al telefono quando dovevamo mandargli dei pezzi. Io lo ricordero’ come una sorta di Cassazione, perche’ se c’era da chiedere un consiglio su questo pezzo o su quel titolo, si andava da lui, e i miei colleghi possono confermarlo. E anche come un compagno di sigarette in quella sorta di salottino prima di entrare in redazione. A proposito: venerdi’ gli avevo chiesto l’accendino in prestito, e quando sono tornato in redazione lui era andato via. Glielo avrei dato sabato. Non ho fatto in tempo.

  • 18 aprile 2016 17:05

    Un galantuomo. E questo dice tutto, specialmente ai giorni d’oggi

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