i fatti dopo il ragionamento

La Palermo che non vediamo

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Una foto su Facebook, le zone d'ombra di cui non si deve parlare e le imperdonabili distrazioni dei professionisti del cambiamento. E di una certa borghesia con la perenne puzza sotto il naso Faraci | Blog diPalermo.it

Un viaggio è sempre un viaggio. Che si parta per continenti lontani o che si esplorino le viscere della propria città, non fa differenza. L’unica cosa che conta veramente sono i piedi, che ci permettono di andare, e gli occhi. Senza quelli, non andiamo da nessuna parte. Il ritorno, mitico, è parte integrante di ogni fuga e io, a Palermo, pur non essendo mai fuggito, ci sono ritornato quando ho capito che per gran parte della mia vita non avevo fatto altro che sfuggirgli, come spesso succede con le cose difficili, quando ci si inventa di tutto pur di non affrontarle.

Qualche settimana fa scrissi su Facebook, in modo un po’ provocatorio, a corollario di una fotografia, queste testuali parole: “Non è la Siria e nemmeno un campo profughi: è Palermo”. Apriti cielo. Un certo perbenismo cittadino impone che si debbano incensare le bellezze cittadine senza arrischiarsi ad uscire fuori dal recinto. D’altronde a chi frega dell’enorme frattura invisibile che divide la città? Chi può essere interessato alla periferia, alle zone d’ombra e a tutta quell’umanità di scarto che ci si muove dentro?

L’abbandono, il degrado, la miseria, sono cose di cui non si deve parlare. Sappiamo che esistono e non c’è bisogno che uno stupido fotografo ogni giorno ci sbatta sulla faccia le ferite ancora aperte, per sapere cosa significa vivere in questa città. Perché piuttosto non descrivi quelli che cercano di cambiarla?

Non ci credo, questa è la risposta. Il motivo è semplice: non si fa abbastanza, siamo troppo ripiegati su noi stessi, sulle nostre convinzioni e sui nostri ideali per sperare di cambiare davvero le cose. È la modernità, bellezza, che impone brevità e approssimazione alle analisi sul territorio che dovrebbero andare alle radici delle questioni e provare ad estirparle, e che invece rimangono quasi sempre solo in superficie.

Palermo non è la Siria, ovvio, non è nemmeno un campo profughi, lungi da me fare un paragone di questo tipo. Però non sono sordo, né cieco: ciò non vuol dire che non siamo in guerra. Anzi, siamo in pericolo. Le manifestazioni, i buoni sentimenti e le belle parole non bastano più. I barbari sono già oltre le porte, lo dimostrano gli eventi degli ultimi giorni: una sparatoria in pieno centro ha quasi ammazzato un ragazzo di vent’anni che non ha voluto abbassare lo sguardo, reo di non aver taciuto all’ennesima dimostrazione di potenza e di comando di una nuova generazione di uomini spietati che sta nascendo negli ambienti che continuiamo ad ignorare. È un segnale di allarme, solo l’ultimo dei tanti a cui i professionisti del cambiamento dovrebbero fare attenzione, di un male che avanza indisturbato e che sta mettendo nuove radici sul territorio e rischia di abbattere ogni speranza.

Razzismo, violenza, intolleranza e manifestazioni di potere in città sono all’ordine del giorno. Le vedo con i miei occhi, qualche volta ne vedo gli effetti sulla pelle. La rivoluzione è in atto e ci riguarda tutti, anche coloro che si ostinano a non voler vedere e continuano a crogiolarsi dietro un fare e un agire prettamente borghese.


[ Immagine: © Francesco Faraci - Policy]

3 commenti

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  • 27 aprile 2016 19:24

    Tutto vero!

  • 27 aprile 2016 20:47

    L’ultima parte mi risulta ostica.
    Razzismo, intolleranza e rivoluzione in atto? Fare e agire borghese?
    E nella parte precedente come si pensa di cambiare un “sottoproletariato degradato”? con quali tipi di intervento?
    Suggerisco soltanto che difficoltà operative e di intervento in questi ambienti descritti sono minori di quelli possibili da rilevare, ad esempio, in una banlieu, questo per svariati motivi ed entrambi gli ambienti possono risultare impraticabili.

  • 27 aprile 2016 21:18

    Se vogliamo seguire un certo pensiero l’intervento sociale deve essere essenzialmente orientato sul piano materiale e deve essere accompagnato da una forma di emancipazione di tipo economico lavorativo.
    E in questo bisognerebbe seguire una certa prassi perché tale emancipazione deve essere guadagnata, non può avvenire con forme assistenzialistiche e deve prevedere una società che faciliti e avvii in questa direzione, cioè devono poterci essere i presupposti sociali, accompagnati da politiche sociali di sostegno e non di sostituzione.
    La parte culturale è quella più difficile da trattare, nel nostro caso le differenze culturali sono minori rispetto all’esempio di una banlieu ma la forma di degrado è comunque avanzata. E come in alcuni nostri quartieri non riescono ad entrare le forze dell’ordine non ci riescono neanche in altri tipi di ghetto, anzi da noi in paragone, riescono ad entrare più facilmente.
    La presunzione di potere stravolgere gli aspetti culturali, in qualsiasi caso, non ha alcuna possibilità di successo, in quanto si è già raggiunta la condizione di degrado e in ogni caso ogni forma di emancipazione o di rinnovamento può solo essere stimolata ma non interamente provocata e tali stimoli presuppongono, laddove è possibile, una forma di rispetto per tali differenze culturali.
    Mi faccia sapere cosa avete organizzato per la “rivoluzione” e esprimerò più chiaramente il mio parere in proposito.

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