i fatti dopo il ragionamento

La morte di un banchiere nell’800

di

Notarbartolo | Blog diPalermo.it

Con un titolo rivisitato torna il libro “La città cannibale. Il memoriale Notarbartolo” di Leopoldo Notarbartolo, edito da Novecento. Il figlio del direttore generale del Banco di Sicilia ucciso nel 1899 scrisse queste pagine nel 1911, ma vennero stampate (a Pistoia, non in Sicilia) soltanto nel 1949 e soltanto in duecento copie.

Il caso è quello di un banchiere e politico siciliano, che è anche un promotore della vita culturale palermitana. Nelle sue attività e nelle scelte come amministratore del più grande istituto di credito siciliano, Notarbartolo denunciò la situazione scandalosa della banca, utilizzata per sostenere un ramificato sistema di clientele politiche, e alzò il velo sulla corruzione: tanto bastò per fare di lui la prima vittima eccellente di cosa nostra, quando ancora non si parlava di mafia se non (molto) sottovoce e veniva ancora chiamata “maffia”. E se gli esecutori che lo finirono a colpi di pugnale erano due affiliati, il mandante venne individuato nel deputato Raffaele Palizzolo.

In difesa del quale molte voci autorevoli si levarono: da Giuseppe Pitrè a Federico De Roberto. Tutti uniti sotto il vessillo del cosiddetto “Comitato pro-Sicilia”, nato con il pretesto di salvare l’isola dalle accuse generiche e ingenerose di un terra intrisa di interessi e spirito di mafia, un “cancro al piede dell’Italia”. Tutti quanti, i membri del comitato, erano protèsi nello sforzo sovrumano di mantenere il buon nome della Sicilia. Siamo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del nuovo secolo, eppure non è difficile cogliere nel caso Notarbartolo i tratti di una storia attuale. Perché ancora oggi sopravvive in molti siciliani la necessità di salvaguardare il buon nome di qualcuno o di qualcosa a tutti i costi, e senza andare troppo per il sottile in analisi e valutazioni.

Per inciso, a proposito del celebre antropologo, Francesco Renda, nel suo “Storia della mafia” scrive: «Pitrè, oltre che studioso, era anche un personaggio politico (…) e in varie occasioni, come amministratore cittadino, aveva operato nell’orbita politica del Palizzolo. Che il Pitrè fosse poi effettivamente un mafioso, è stato più volte supposto o sussurrato e il suo comportamento non contribuisce certo a far chiarezza.

Anzi lascia supporre la positività dell’affiliazione mafiosa. Ma tale conclusione non è collegata con la tesi interpretativa della mafia». Ma questa, come direbbe qualcuno, è un’altra storia. O forse no.

1 commenti

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  • 07 maggio 2016 12:51

    Una storia interessante, che lascia intravedere tante squallide e sempiterne implicazioni. Brava Alessia.

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