i fatti dopo il ragionamento

Io, precaria per sempre

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Una Repubblica fondata sul lavoro e il precariato come sistema di vita. Fra anzianità azzerate, stipendi depotenziati e questa corsa costante, e sfiancante, per avere riconosciuti i miei meriti Lavoro | Blog diPalermo.it

Vivo in una Repubblica fondata sul lavoro. Articolo 1 della più bella Costituzione del mondo, partorita da uomini lungimiranti che, mentre erano ancora sepolti sotto le macerie di una guerra mondiale e pativano le conseguenze di due decenni di dittatura fascista, mettevano le basi per la società che avrebbero voluto anni dopo: libera, giusta, pacifica e radicata nel lavoro, come mezzo supremo di realizzazione individuale e sociale. Non sfruttamento, non schiavitù, non precariato: lavoro, nel senso più nobile del termine.

Sono passati settant’anni e io – come milioni di miei coetanei – un posto di lavoro vero, sicuro, con delle tutele e una giusta retribuzione, non l’ho mai avuto. Mi sono laureata e poi è stato un susseguirsi di contratti di collaborazione e a termine, sempre nella stessa azienda. Pochi mesi alla volta per evitare forse che mi abitui alla stabilità, facendo guerre per vedere riconosciuti i meriti, facendo calcoli e incastri assurdi per riuscire a percepire anche la disoccupazione.

Sono passati così ben quindici anni e come premio l’anno scorso il mio stipendio da contrattista è stato pure depotenziato, azzerando l’anzianità di servizio che con fatica avevo accumulato: hai visto mai che pensi di poter fare dei passi avanti, io devo stare ferma sul posto, al massimo retrocedere. E sono comunque una privilegiata: faccio il mestiere che sognavo, in un’azienda che mi ha formata e che tuttora mi consente di misurarmi con temi complessi e mi affida anche compiti delicati. Non possiedo nulla, ma sono indipendente e riesco ogni tanto a permettermi l’unica cosa a cui non rinuncerei mai: viaggiare. L’idea del posto di lavoro normale credo di averla accantonata quando ancora andavo all’università e oggi posso concretamente solo sperare che la precarietà stabile a cui sono condannata duri ancora per parecchi anni.

Per un precario però parlare di anni è in realtà una cosa impossibile. Io vivo a stagioni, come gli animali: ce la farò a superare il rigore dell’inverno? Mi faranno un contratto abbastanza lungo in estate? Con questi mesi di contratto e questi altri di disoccupazione, per quanto copro l’affitto e le bollette? Non posso pensare oltre al mio futuro. Che un giorno mi presenterà un conto salatissimo. Ma il mantra del precario è il qui ed ora. Stop.

In quasi tutti i Paesi esiste la flessibilità. Che non può mai essere usata come una regola, ma solo in casi specifici ed eccezionali, e che soprattutto è pagata molto più del lavoro stabile, proprio perché non dà garanzie. Da noi – e, va rimarcato, per merito di governi di sedicente sinistra – la precarietà fa rima invece proprio con normalità e povertà. Ed equivale alla più borghese e subdola forma di sfruttamento.

Un precario spesso lavora anche più di un assunto, ma con uno stipendio da fame. Non ha diritti e se pensa di fare qualche rivoluzione salta semplicemente per aria. E’ un fantasma – e sarà per questo che neanche i sindacati si sono mai realmente accorti della sua esistenza – ma produce una ricchezza immensa: dovendo fare mille sacrifici è spesso molto più attaccato al suo lavoro, se non corre è perduto, non può stare col culo fermo su una sedia.

Io immagino i padri costituenti che ogni primo maggio si rivoltano nelle loro tombe, vedendo la meglio gioventù di questo Paese emigrare esattamente come accadeva un secolo fa, quella che resta mortificata da Jobs Act e voucher (pensati su misura per certi volponi che qualcuno si ostina ancora a chiamare imprenditori), cinquantenni ritrovarsi senza lavoro e spesso pure senza pensione, pseudopolitici che vanno avanti con slogan e statistiche che dicono tutto e il contrario di tutto e che, soprattutto – pur non essendo precari – hanno una visione della società che non va oltre i sei mesi.

Un Paese in cui l’unico imperativo è ridurre il costo del lavoro, abbassando gli stipendi (dei dipendenti, mai dei manager e dei consulenti), in cui i meriti non contano nulla a fronte delle amicizie e delle raccomandazioni, è semplicemente un Paese senza futuro, senza possibilità di ripresa. E, alla fine, se è vero che la base su cui poggia la nostra democrazia è il lavoro, allora non si può che dedurre che questa democrazia, a dispetto delle chiacchiere, oggi semplicemente non esiste.

5 commenti

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  • 03 maggio 2016 10:58

    Analisi perfetta del mondo del lavoro di oggi. Complimenti!

  • 03 maggio 2016 11:12

    Complimenti per il pezzo.

  • 03 maggio 2016 13:36

    “Anzianità azzerate, stipendi depotenziati e questa corsa costante e sfiancante per avere riconosciuti i miei meriti”. I meriti, la parola che ha sostituito quell’altra, i diritti. Quei diritti costati sangue e lacrime e che riguardano (forse, oggi, dovremmo dire riguarderebbero) tutti i lavoratori, quindi con valenza universale, mentre i meriti interessano il singolo lavoratore e il suo datore di lavoro. Ma quale datore di lavoro è pronto a tener conto dei meriti di una lavoratrice precaria in maternità, per fare un esempio, rispetto ad un’altra che non ha questo “problema”?

  • 03 maggio 2016 22:53

    Questo articolo è lo specchio fedele della nostra realtà. Già vent’anni dopo circa l’avvento della nostra Costituzione, qualcuno diceva in televisione che la nostra “è una Repubblica fondata sulle cambiali”. Poi si è passati a dire che è “una Repubblica fondata sulle raccomandazioni”. Oggi sappiamo per certo che è basata sulla precarietà, che non è soltanto professionale e lavorativa, ma, forse prima di tutto, esistenziale. Esiste un binomio inscindibile nella società odierna per cui al lavoro si lega la capacità di raggiungere la propria indipendenza.

  • 04 maggio 2016 21:16

    Condivido il contenuto dell’articolo.
    Aggiungo di mio che il tema lavoro non è affatto semplice. Da un lato sono stati aggiunti nel corso degli anni diritti su diritti. Ma tali diritti sono rimasti circoscritti a categorie in base non solo a forme contrattuali ma anche alle entità aziendali e alle differenze tra impiego pubblico e privato.
    Da l’altro lato c’è stata una forma di contrazione, una riduzione dell’ offerta del lavoro e l’aumento della domanda. E quando si crea questa situazione i prezzi ( e i diritti) crollano. Perché quello del lavoro è un mercato come tutti gli altri che richiede un eccezionale intervento di controllo da parte dello Stato, il cui limite è dato dalle condizioni dell’economia e dall’indirizzo politico/ economico nazionale ed internazionale.
    Per cui la Repubblica fondata sul lavoro è una repubblica che si deve fare in quattro per trovare e incentivare tutti i mezzi possibili al rilancio del lavoro e dell’economia, con tutti i limiti e i difetti possibili nella sua riuscita. In Italia probabilmente per limiti e difetti si è strafatto, ma le difficoltà comunque ci sono.
    Oggi non abbiamo più lo spauracchio del comunismo, i temi della lotta di classe, e siamo in sostanza in tutt’altra epoca con poche incentivazioni su questo versante. Dividendo inoltre i lavoratori per infiniti contratti e categorie si frammenta la forza sociale. Questo poteva funzionare a malapena nel periodo del fascismo perché c’era un protezionismo economico, ricette diverse, in un’epoca comunque diversa.
    In sostanza non sono ottimista sul futuro.

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