i fatti dopo il ragionamento

La breve vita di Peppino

di

La vuota retorica intorno a Impastato e la battaglia di verità per i tanti ragazzi, a cominciare da Giulio Regeni, che questo mondo, contro tutto e tutti, provano a cambiarlo Impastato Allegra | Blog diPalermo.it

Peppino Impastato ridotto a brandelli di aforismi, frasi da diario, vuota e melensa retorica. Ridotto a testimonial involontario per occhiali, a icona da merchandising, a nome e cognome per intitolare cippi e vie e piazze e dire “ecco, io sono amministratore antimafia”. Usato per coprire il vuoto dell’invettiva, come se gridare “la mafia è una montagna di merda” fosse la sola attività di Impastato. Del militante politico comunista e di sinistra Impastato. Nella Cinisi degli anni 70.

Come a creare un mito e un’icona. E contemporaneamente svuotando di senso una vita – troppo breve ché morire a 30 anni è cosa da tempo di guerra, come in effetti era quello della Sicilia e dell’Italia in quegli anni – e riducendo la portata di una lezione che, soprattutto oggi in un’epoca di icone distrutte e di indagini dell’antimafia sull’antimafia, dovrebbe essere un punto da cui ripartire e non una celebrazione da liturgia. Accompagnata dalle commosse dichiarazioni dei vertici di uno Stato che per troppi anni ha coperto e depistato, negato e cancellato.

Il Peppino Impastato che ci serve ricordare e riscoprire è il Peppino della puntuale conoscenza di nomi, cognomi, luoghi e meccanismi della mafia nel territorio di Cinisi. Il Peppino uomo e politico e non icona nel pantheon dei morti ammazzati da mano mafiosa. Capace di intuire come al mutare delle strategie della mafia dovesse mutare anche il modo di opporsi alla mafia, come il primo tabù da rompere fosse nella sacralità dell’istituzione mafiosa anche con l’arma dello sberleffo.

Quando sono entrato per la prima volta in una sezione di un partito politico non c’erano poster e manifesti di Peppino Impastato. E io che di Impastato avevo sentito parlare solo a casa non lo sapevo neppure che ero lì anche per merito suo. Perché sentivo che quello spazio, quello della politica, fosse il primo da occupare per combattere la mafia delle stragi e degli affari. Non lo sapevo ma era la lezione di Impastato che, inconsapevolmente, avevo fatto mia. E c’era una generazione intera che in vari luoghi, con forme diverse, con metodi diversi aveva fatto quella scelta di campo.

Erano i mesi immediatamente dopo le stragi del 1992 e del militante di democrazia proletaria si ricordavano solo i suoi compagni di lotta, la famiglia e pochissimi altri. Gli stessi che con tenacia eroica chiedevano verità e giustizia. Inascoltati o quasi. Contro una stampa che titolava di attentatore morto, emulo di provincia di Feltrinelli. Contro le verità dei carabinieri. Anche contro le primissime dichiarazioni della magistratura.

Una madre, una famiglia, una comunità che davanti ad un corpo massacrato non si piegarono e non si arresero. Che reclamavano giustizia e non verità di comodo. Una storia di lotta e dignità che ricorda, molto, quella della famiglia di Giulio Regeni. Ed allora più che i meme, le condivisioni di spezzoni di film belli e di canzoni meno belle, di frasi da diario a dare senso al ricordo e alla vita di Giuseppe Impastato, detto Peppino, ammazzato a 30 anni dalla mafia di Cinisi è quello striscione giallo appeso al balcone della casa sua e di sua madre, lo striscione di Amnesty che chiede verità e giustizia per Giulio Regeni. E per i tantissimi giovani che questo mondo provano a cambiarlo.


[ Immagine: disegno originale di Gianni Allegra © - Policy]

Lascia un commento