i fatti dopo il ragionamento

Il punto G delle nostre coscienze

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L'agguato di mafia a Giuseppe Antoci, l'asticella della mia reattività civica proiettata verso il basso e quelle parole che, a furia di ripeterle, perdono di significato. Come quando eravamo bambini Mafia | Blog diPalermo.it

È stato un agguato mafioso in piena regola. Poco ci voleva e ci scappava il morto. Sto parlando della vicenda di Giuseppe Antoci. Io non sapevo neppure chi fosse. Dai giornali ho appreso che era alla guida del Parco dei Nebrodi che, a quanto pare, è un crocevia di interessi mafiosi. È strano, ma mi sono limitato solo a qualche breve riflessione sull’uomo addetto alla scorta che gli ha pure fatto da scudo col suo corpo; sul conflitto a fuoco con i poliziotti di una pattuglia che passava per caso; sulla strada bloccata da alcuni massi.

Non sono andato oltre la curiosità scenografica. Ammetto, però, di avere avuto un sussulto di malignità nell’aver pensato che la drammaticità della vicenda poteva rappresentare una provvidenziale ciambella di salvataggio per qualche naufrago dell’antimafia. Ma solo un bagliore. E poi basta. La notizia mi è scivolata addosso, quasi fosse una breve di cronaca. Una condizione di apatia che, a dire il vero, non mi è consueta e che mi ha cucito addosso la spiacevole sensazione che l’asticella della mia reattività civica fosse pericolosamente proiettata verso il basso. Mi ha consolato (si fa per dire) notare anche su FB una condizione collettiva in gran parte sovrapponibile alla mia. Nessun post, nessun commento, il deserto dei like. Credo che c’entri poco il fatto che Giuseppe Antoci sia un personaggio sconosciuto ai più o che abbia poca visibilità mediatica.

Nessuno di noi conosceva Tania Valguarnera e neppure il turista malmenato da un cameriere. Eppure qualcosa colpì, in quei casi, il punto G della coscienza collettiva, un qualcosa che è mancato nella vicenda di Giuseppe Antoci ad onta del fatto, incontestabile, che si sia trattato di un agguato di mafia. C’è qualcosa di maledettamente insondabile nei meccanismi della rete. E potrei chiuderla qui.

Il punto è che ho una strana, stranissima sensazione che non è affatto tranquillizzante, neppure per me. Mi sono ricordato di un gioco che mi piaceva fare da bambino. Ripetevo una parola all’infinito, fino a quando perdeva completamente di significato. Diventava solo un suono, un rumore, nulla di più. Poi mi fermavo, e solo dopo qualche minuto la parola riacquistava il suo significato. E penso alla parola mafia e a quante volte viene pronunciata, insieme alla speculare antimafia. Un flic&floc che ci viene declinato ogni giorno, in tutte le salse e a tutte le ore. Uno scioglilingua.

E mi prende la fottutissima paura che quel gioco da bambino altro non sia che un meccanismo psicologico che può agire, in modo perverso, anche su scala collettiva.

Mi viene in mente ciò che ha scritto il giudice Lorenzo Matassa nella prefazione di un libro: “Ci sono libri fatti di parole e null’altro. Ci sono libri che, invece, raccontano storie”. Ecco, forse dobbiamo riappropriarci delle parole.

2 commenti

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  • 21 maggio 2016 21:12

    Sì ok, ma mafia è una parola priva di significato a prescindere. O meglio, il significato (quale è esattamente?) è complesso e recente nel nostro vocabolario (italiano).

  • 22 maggio 2016 01:24

    Appresa la notizia ho sentito subito il bisogno di comunicare, condividendo la notizia, il mio sgomento e il mio disappunto….. poi ho avuto un momento di esitazione,…….. la paura di essere ancora una volta ingannata stava per avere il sopravvento…. allora mi sono detta, meglio correre il rischio di essere ingannata piuttosto che restare indifferenti!!!
    Molti gli ignavi!!

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