i fatti dopo il ragionamento

L’anima allo specchio di due popoli

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Stop Calcio | Blog diPalermo.it

La rivalità tra Cile e Argentina è grande quanto la lunghezza del confine che separa i due Paesi, la catena montuosa delle Ande che, per oltre cinquemila chilometri, divide due popoli orgogliosi della loro storia e del loro presente. Paesi gemelli che hanno vissuto contemporaneamente la dittatura; che hanno sperimentato le più anti-popolari politiche economiche; in cui recentemente un magnate della televisione e un presidente di una squadra di calcio sono stati democraticamente eletti presidenti della Repubblica. Entrambi avevano come riferimento una storia italiana.

È più buono il Carmenére cileno o il Malbec argentino? Il lomo, il cordero o l’asado? È più forte la Roja o l’Albiceleste? Indubbiamente i trionfi del calcio argentino sono, di gran lunga, più numerosi di quello cileno; anche se nell’ultima edizione della Copa America Jorge Sampaoli, argentino della provincia di Santa Fe ed ex difensore delle giovanili del New Old Boys, è stato il commissario tecnico che ha portato alla vittoria, per la prima volta, la nazionale cilena. In finale proprio contro l’Argentina. Non poteva esserci beffa peggiore.

Stanotte puntate la sveglia alle 3.55 e scolatevi una caffettiera di caffè perché il trio delle meraviglie Messi-Aguero-Higuain dovrà vedersela con la fantasia di Sanchez, la classe di Vidal e con la garra del pitbull Medel.

La storia di Cile e Argentina è costellata di lutti e morti: esempi delle due più sanguinose dittature dell’America Latina, la materializzazione cruenta del Plan Cóndor, voluto da Kissinger e attuato dalla Cia. Gli stadi di calcio sono stati il simbolo della repressione, le carceri illegali in cui praticare le torture, il luogo dove le dittature militari hanno costruito il consenso popolare attraverso i trionfi calcistici.

Ma il calcio è stato anche il momento della ribellione, l’esaltazione dei gesti del dissenso politico, il segno del possibile cambiamento. Carlos Caszely è stato un grande attaccante cileno, miglior giocatore della coppa America del 1979, destro di piede e anima di sinistra. Ha fatto tanti gol, anche importanti, ma il suo più grande merito è quello di non aver mai voluto stringere la mano ad Augusto Pinochet. Un gesto di estrema rilevanza simbolica. Proprio come fece Mario Alberto Kempes, potente centravanti dell’Albiceleste, che non diede la mano al dittatore Jorge Videla in occasione del trionfo argentino al Mondiale del 1978.

Gesti politici in contesti drammatici. Ma Caszely, che era un militante, fece ancora di più: nel 1988 si presentò in televisione con la mamma. Era in corso la campagna referendaria per decidere se confermare, per altri otto anni, il mandato a Pinochet o indire nuove elezioni. Caszely sfruttò la sua popolarità e commosse il popolo cileno: invitò la sua mamma a raccontare in tv il dramma delle torture cui era stata sottoposta dal regime. Il referendum sancì l’uscita di scena del dittatore, Cazsely e la sua mamma, con quel gesto, ebbero un ruolo importante per riportare la democrazia in Cile. Siamo proprio sicuri che il calcio rappresenti esclusivamente un dose di oppio per il popolo?

2 commenti

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  • 06 giugno 2016 21:06

    Le religioni in passato furono considerate l’oppio dei popoli ma oggi potrebbero esserlo certe ideologie che a religioni vogliono assurgere.
    Per il calcio è un’altra storia.

  • 06 giugno 2016 22:22

    Mah! Che articolo è? Cerca di ispirare simpatia?

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