i fatti dopo il ragionamento

Noi, tuttologi ignoranti

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Breve viaggio nella generazione che recluta per appartenenza, ricca di social manager e povera di idraulici. Che fa la rassegna stampa dei pensieri altrui e giudica il mondo leggendo solo i titoli Socialnetworks | Blog diPalermo.it

Che questa fosse un po’ la brutta copia di una generazione beta si era capito. Una specie di generazione global 2.0, mossa da sentimenti nobilissimi come egotismo e vanagloria. Una sorta di generazione senza confini. Come puoi mettere un limite, d’altronde, ad una generazione capace di prenotare biglietti aerei in meno di tre minuti comodamente dal letto e in pigiama? Una generazione che l’orizzonte ce l’ha liquido sul suo smartphone. Fatta di gente che si trova sempre nel posto sbagliato al momento giusto, che teme il caldo ma non la prova costume.

Una generazione sterminata numericamente, infinita. Che recluta tutti senza bisogno di una carta d’identità, perché l’immatricolazione avviene per appartenenza. Che odia chi va contro natura, ma si tinge i capelli, si rifà il seno e, perché no, usa anche il push-up. Che mangia sushi e sashimi, ma non la caponata delle nonne perché non ama l’aceto. È quella che dice che la gente in Italia non si sposa più, e non fa più figli, e non ha soldi, e lo dice tutto d’un fiato, sicura di sé, ma forse non ha facebook.

È la generazione degli amici social manager, ma se avessi bisogno di un idraulico? Una generazione Erasmus, che ha visto il mondo con un click, semplicemente su Google Maps, senza bisogno di lenti a contatto: bastavano i filtri instagram. Che non conosce il muro di Berlino, ma la Torri Gemelle sì. E anche Charlie Hebdo. Quella di analfabeti funzionali che hanno fatto dei social un diario segreto, ma pubblico, cui affidare pensieri stretti stretti nelle sillabe di 140 caratteri.

Una generazione di eterni mammoni, prossimi disoccupati. Quelli del cibo a chilometro zero, del boicottaggio all’olio di palma. Dei colloqui sempre pronti, sempre lì in punta d’agenda. Quelli che non imparano i numeri di telefono a memoria, che girano il mondo a piedi ma a casa loro si muovono in auto, oppure niente. È la generazione di chi non compra i giornali, ma critica chi ha un’opinione. Di chi va di fretta, non ascolta, ma sa già tutto. Del radical chic, del politically correct che fa la rassegna stampa ai pensieri altrui. Di chi mette all’indice il mondo troppo in fretta, troppo in fretta per accorgersi che, alle volte, ha letto solo i titoli.

2 commenti

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  • 30 giugno 2016 13:15

    Io non lo so cos’è la mia generazione. So che c’era Ignazio, Maria, io, c’ero anch’io e stavamo ancora a casa con i nostri genitori. Un anno è nevicato, un altro anno sembrava dovesse esserci un colpo di stato. Ad un certo punto, era d’estate, andavamo tutti in Portogallo, non mi ricordo più perché. Si, per andare a vedere un Colonnello, Otelo de Carvalho, chi era ? ( Bianca, Moretti, 1984). Nello stesso periodo Remo Remotti (Moretti/Remotti) abbandonava Roma, per andare in Perù:
    ” A Roma salutavo gli amici. Dove vai? Vado in Perù. Ma che sei matto? Me ne andavo da quella Roma puttanona, borghese, fascistoide, da quella Roma del “volemose bene e annamo avanti”, da quella Roma delle pizzerie, delle latterie, dei “Sali e Tabacchi”, degli “Erbaggi e Frutta”, quella Roma dei castagnacci, dei maritozzi con la panna, senza panna, dei mostaccioli e caramelle, dei supplì, dei lupini, delle mosciarelle…
    Me ne andavo da quella Roma dei pizzicaroli, dei portieri, dei casini, delle approssimazioni, degli imbrogli, degli appuntamenti ai quali non si arriva mai puntuali, dei pagamenti che non vengono effettuati, quella Roma degli uffici postali e dell’anagrafe, quella Roma dei funzionari dei ministeri, degli impiegati, dei bancari, quella Roma dove le domande erano sempre già chiuse, dove ci voleva una raccomandazione…
    …”

  • 04 luglio 2016 12:02

    TLNR “siamo stata una pessima generazione e dei pessimi genitori, abbiamo lasciato ai nostri figli un mondo orribile dove sono vittime di un sistema da noi creato, Dovremmo solo vergognarci ma é più comodo scaricare la colpa su di loro.”

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