i fatti dopo il ragionamento

Ridate la voce a Luca

di

La condanna a Casarini, l'infamante allusione della Questura di Palermo, una storia che merita rispetto e quel silenziatore ingiustificato. Che fa a pezzi quella cosa che noi chiamiamo democrazia CASARINI Facebook | Blog diPalermo.it

“Non si possono escludere collegamenti con la criminalità organizzata e non”.  La condanna a Luca Casarini è un caso strano. Non nasce da un tribunale e nemmeno da un’indagine. Nasce da un atto burocratico formulato dalla Questura di Palermo che, in meno di un rigo, prova a equiparare lotta politica e criminalità comune e non. Insozzando la storia di Luca – opinabile e criticabile, ovviamente – e la storia di chi ha scelto di fare battaglia politica anche con il proprio corpo. Sapendo di poter andare incontro a conseguenze penali semplicemente perché convinto, profondamente convinto, che disubbidire a leggi ingiuste sia un atto di giustizia. Una necessità.

Luca Casarini ha fatto questo per tutta la sua vita. E non l’ha fatto da solo. Non era solo quando, oramai 15 anni fa, marciava a Genova in un luglio macchiato dal sangue e dalla violenza, condannata da tribunali e da organismi internazionali, contro un’idea del potere contro i popoli. Lo ha ripetuto bloccando i treni che trasportavano armi e bombe in giro per l’Italia. Lo ha continuato a fare fino a qualche giorno prima della condanna agli arresti domiciliari, sul Brennero, protestando contro il muro antimigranti che l’Austria voleva realizzare alla frontiera. Lo ha fatto occupando, a Venezia, uno stabile abbandonato per trasformarlo in abitazione. Recuperandolo e sottraendolo alla speculazione per farlo diventare casa per tanti e tante.

Chiunque abbia partecipato con Luca a queste azioni lo ha fatto consapevole dei rischi. Lo ero pure io in quel luglio genovese tra lacrimogeni, urla e un rumore che non puoi più scordare di manganelli battuti ritmicamente sugli scudi. Era una comunità a decidere di usare il proprio corpo per denunciare una profonda ingiustizia. Una comunità che ha pagato un conto salatissimo.

Un conto presentato sotto forma di denunce e carcere. Di firme da apporre e processi infiniti. Nati per aver posto il tema della precarietà prima che questa parola arrivasse sui giornali, per chiedere un welfare per tutti prima che il tema entrasse nell’agenda politica, per  aver messo in guardia sulle storture e gli orrori della globalizzazione mentre veniva esaltata. Pratiche di disobbedienza civile e denuncia politica che si richiamavano ad altri noti criminali della storia. Danilo Dolci e i contadini che occupavano le terre contro la mafia e il latifondo. Non eroi romantici solitari, ma un movimento. Un comune sentire.

Luca Casarini, lo ha anche scritto, non si è mai nascosto e non ha mai smesso di rivendicare il senso delle sue azioni politiche. Anche forti, anche estreme. Ha accettato la condanna inflitta dal tribunale di Venezia chiedendo di scontarla in modo utile con l’affidamento ai servizi sociali. Una richiesta in linea con la sua storia. Una richiesta che è stata negata come a voler aggiungere una pena supplementare, che non sta nell’essere costretto tra le mura domestiche ma nell’impedire a Luca di essere utile. Di fare, anche da reo per la legge, la cosa che ha sempre fatto. Aiutare e contribuire a migliorare le condizioni di vita degli altri.

Un prezzo molto alto, ed in linea con quanto sta avvenendo in questo paese. Dove, sempre di più, a richieste sociali si risponde con l’azione repressiva. Esclusivamente con l’azione repressiva. Perché, evidentemente, chi protesta contro uno sfregio al proprio territorio – vedi il caso della TAV – o contro i licenziamenti o per il diritto allo studio deve essere presentato come un criminale. Un pericolo e un’anomalia che va fermata. E nel caso di Luca anche zittita. Sì, perché ancora più assurda è la decisione di impedire ogni forma di comunicazione con l’esterno di Casarini. Un bavaglio giuridico che impedisce di spiegare il senso di un gesto. Bavaglio reso possibile, tecnicamente, da quel rigo della questura di Palermo che recita come “Non si possono escludere collegamenti con la criminalità organizzata e non” e che diventa l’arma per zittirlo e per alludere a rapporti e relazioni con mondi che Luca Casarini ha sempre combattuto. Una frase che colpisce per la leggerezza con la quale è stata usata, soprattutto in contesti come quelli siciliani e palermitani dove criminalità organizzata si traduce con mafia.

Un rigo che colpisce Luca e con lui chiunque in questi anni ha lo ha visto al proprio fianco. Colpisce me e gli oltre cento palermitani che erano a Genova nel 2001. Ma colpisce anche chi non ha mai condiviso le scelte di Luca Casarini. Perché se il dissenso sociale diventa crimine è la democrazia stessa che viene messa in discussione. E se questo avviene per via burocratica, con allusioni senza elementi che mirano a insozzare una storia singola e collettiva, allora il problema diventa di tutti. Restituire la parola a Luca Casarini, cancellare l’infamante allusione a rapporti con la criminalità, impedire l’equiparazione tra lotta politica e azioni criminali è un tema che non può essere derubricato a vicenda che riguarda Luca Casarini e pochi altri.

Le oltre mille firme poste in calce ad un appello promosso da giuristi, professionisti, esponenti politici, della cultura, dell’università e giornalisti non chiedono semplicemente di sciogliere Luca Casarini da un silenzio ingiusto e forzato. Chiedono di recuperare e riconoscere la natura di una scelta e di una modalità dell’azione politica collettiva. Una democrazia costretta a zittire, in fin dei conti, è una democrazia che ha già perso qualcosa.

5 commenti

Lascia il tuo commento
  • 05 luglio 2016 18:02

    Smettiamola una volta per tutte di chiamare il nostro regime “Democrazia”: Eviteremo tante confusioni. Il nostro Stato è un’Oligarchia liberale (in fase di avanzata dissoluzione)

  • 06 luglio 2016 14:27

    Ritengo il provvedimento sia frutto di una rappresentazione del potere che ha i piedi e la mente nel passato fascista: ricondurre ad oltranza chi non si adegua ma cerca soluzioni altre.

  • 06 luglio 2016 18:01

    I soliti radical chic.
    Lo scippatore che ruba per campare la famiglia e non ha avuto gli stessi strumenti culturali di cui si pasce chi scrive (l’articolo) che tipo voce ha?
    La legge è legge e va rispettata. Le battaglie politiche non si fanno a colpi di spranga.
    Non ti piace la globalizzazione? Fonda un partito politico e cerca di convincere gli elettori.

  • 07 luglio 2016 14:11

    Scrive tale EuGenio: la legge è legge e va rispettata.
    Bene!
    Peccato che qui si parli di una supposizione di un questurino: “Non si possono escludere collegamenti con la criminalità organizzata e non”, e quindi, come tale, tutta da verificare. Anche di me, volendo, non si possono escludere collegamenti ecc…ecc… La storia di questa città è fatta di insospettabili con collegamenti con la criminalità ecc…ecc…
    Io Luca Casarini lo vedo spesso alla villa di Piazza Marina insieme ad altri genitori che portano i bambini a giocare. Saranno questi i collegamenti con la criminalità?
    Se invece di sentenziare davanti un monitor viveste un po’ di più la città…

  • 07 luglio 2016 16:58

    E comunque, informo il signor EuGenio che due ore fa il Tribunale di Venezia ha sospeso la pena accogliendo il ricorso di Luca Casarini. Un tribunale che sospende un suo stesso provvedimento… Perché la legge è legge e va rispettata. Infatti Luca è libero.
    Ciao EuGenio, trovati un nick che rispecchi davvero la tua capacità cognitive.

Lascia un commento