i fatti dopo il ragionamento

Quella guerra che non vediamo

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L'epurazione in Turchia in nome di una presunta democrazia, la schiavitù travestita da libertà e le nostre responsabilità. Che un certo George Orwell aveva previsto Turchia | Blog diPalermo.it

“Vogliamo la guerra!”, questo reclamava mia nonna assieme ai suoi compagni gridando per le strade del paese, perché questo le avevano insegnato a scuola. Lei, classe 1933, nata sotto il fascismo e cresciuta durante quella guerra, lo ricordava spesso, forse per farci capire a che punto potesse arrivare la follia umana: far invocare la distruzione e la morte a dei bambini.

Io invece ricordo una dissertazione che mi fecero fare alle medie. Doveva essere di sette pagine, cioè una cosa che a 13/14 anni sembrava un romanzo. Il tema da sviluppare era una frase lapidaria di Dostoevskij: “Ognuno è responsabile di tutto davanti a tutti”. Il peso di queste parole per me riecheggia da allora, così come mia nonna ricordava di aver invocato la catastrofe.

Non so cosa insegneranno le migliaia di professori che il governo turco metterà al posto di quelli che sono stati appena epurati in quanto “nemici dello Stato e del popolo”, cospiratori, fautori di un golpe durato appena quattro ore e che – è l’assurdità di questo tempo – forse avrebbe portato non a una dittatura, visto che già c’era, ma alla democrazia. So però che noi – tutti – siamo responsabili di ciò che sta succedendo in Turchia, dove si arrestano giudici e giornalisti, si chiudono giornali e tv non allineati, dove è stata sospesa la Convenzione europea sui diritti umani e sono dunque ammessi i lavori forzati e la tortura.

Il tutto per giunta, come ripete Erdogan, in nome della democrazia e della sovranità popolare. Noi siamo come quei tedeschi che vedevano i loro vicini sparire nel nulla, il fumo acre, i campi di sterminio e che però tiravano dritto. Perché sappiamo che non lontano da qui si è instaurato un regime totalitario, ma i nostri politici – compreso il presidente della Repubblica – si congratulano per la repressione del golpe. Nessuno muove un dito, anche se tutti insieme gli Stati europei potrebbero facilmente fermare quest’abominio.

Tira un vento molto brutto, già da diversi mesi, e non solo in Turchia, con toni sempre più aspri, un’intolleranza e un razzismo che fanno accapponare la pelle, con la minaccia del terrorismo che rende accettabili regole inaccettabili, col desiderio di un pensiero unico che possa rassicurare, con la facile soppressione di diritti (mi riferisco in particolare a quelli dei lavoratori) che hanno richiesto decenni di lotte per essere conquistati. Sempre in nome dello sviluppo, della libertà e della democrazia ovviamente.

Da noi i giornali chiudono “per colpa della crisi” ed è diventato sempre più difficile fare davvero informazione con organici decimati e notizie tutte uguali indipendemente dai canali, non verificate, allarmanti e per giunta scritte in una lingua incerta. Senza contare che molta gente preferisce ormai condividere un titolo sui social, anche da fonti improbabili, piuttosto che leggere veramente un articolo.

“Non nutrivano per gli eventi pubblici neanche quell’interesse minimo per capire che cosa stava succedendo. L’incapacità di comprendere salvaguardava la loro integrità mentale. Ingoiavano tutto, senza batter ciglio”, scriveva profeticamente George Orwell in “1984”. E io mi domando da un po’ se non siamo già con un piede nella dittatura, una dittatura più fine rispetto a quella del turco perché in apparenza viviamo liberamente. Un regime che si consolida giorno dopo giorno e che è pure legittimato dal suffragio universale. Non siamo forse nel tempo in cui “la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”?

1 commenti

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  • 03 agosto 2016 07:37

    In una “democrazia compiuta” come quella italiana, il popolo è costretto ad accettare tutto perchè gli interessi superano le ragioni.

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