i fatti dopo il ragionamento

Il mito, a volte falso, dell’arancina

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Il culto per la mitologia siciliana e il prototipo dell'emigrante disposto a barattare la sua cronica nostalgia per un supplì stantio. Mangiato dove dovrebbe essere vietato per legge: sul traghetto tra la Sicilia e la Calabria Image 4.jpeg | Blog diPalermo.it

La gente va matta per la mitologia siciliana. Si infervora per cose di cui ha sentito parlare da amici di amici o che ha letto in un romanzo o visto in un film e ne parla come se le avesse vissute sulla propria pelle. Così quando incontra un siciliano si lascia sopraffare dal desiderio di conferma e comincia a tartassarlo con luoghi comuni che in un altro essere senziente scatenerebbero l’indignazione dell’insulto, ma in noi solleticano una strana vanagloria.

Mi è capitato qualche sera fa di essere a cena con persone rispettabilissime e inspiegabilmente ansiose di confermare a loro stesse e forse anche a me di essere pratiche delle cose di Sicilia, quasi fosse una nota di merito nel loro curriculum. Una si è inerpicata in una imbarazzante discussione su una parola arcaica usata per definire non so che specie di mobiletto di vimini. Non si capacitava del fatto che io – siculo – non la conoscessi e solo quando Google gli è venuto in soccorso si è scoperto che si trattava di un termine catanese che davvero io non avevo alcuna ragione di conoscere.

A mo’ di esempio gli ho citato la differenza di significato che noi e loro diamo alla parola ‘pacchiona’, ma l’unico risultato che ho ottenuto è stato uno sguardo di profonda delusione che lì per lì non ho saputo interpretare. Un secondo commensale, forse per venirgli in soccorso o più probabilmente per avvantaggiarsi in materia di conoscenza della mitologia siciliana, ha tirato fuori una delle frasi che più odio nel lessico delle banalità sull’isola: “ma che meraviglia sono gli arancini mangiati sul traghetto?”.

Se avesse usato il femminile, forse sarei stato disposto a un sospiro accomodante, ma invece sono sbottato: “Secondo me sono una porcheria”. Stesso sguardo del tizio dei mobiletti di vimini: una sincera, profonda e amara delusione. E allora ho capito che gli avevo demolito, senza volerlo e soprattutto senza motivo, un caposaldo della mitologia siciliana: quello dell’arancina mangiata sul Caronte durante la traversata dello Stretto. Una di quelle cose che appartengono alla sicilianità come il fatto di fischiare dietro alle femmine quando si esce con gli amici, andare a fare il bagno davanti alla casa di Montalbano perché un mare così non c’è da nessuna altra parte e fare colazione con la caponata, preferibilmente la mattina di Ferragosto: pura mitologia.

E mi sono venute in mente tutte le volte che qualcuno ha dato sfogo al proprio personalissimo culto della mitologia siciliana cercando conferme ad affermazioni come: “ti sarà capitato di conoscere qualcuno che è stato ammazzato” (anche nella variante “ti sarà capitato di conoscere qualcuno che ha ammazzato”); “ti sarà capitato di avere un figlio di mafioso come compagno di scuola” o “ti sarà capitato di frequentare qualche nobile siciliano erede di Tomasi di Lampedusa”. E di conseguenza tutte le volte che ho assecondato il culto perché in effetti mi era capitato di conoscere qualcuno che poi si è fatto ammazzare (ma nessun assassino, almeno che io sappia); di avere il figlio di un mafioso come compagno di scuola e di frequentare qualche nobile piuttosto decaduto. E mi sono beato di distribuire conferme, magari dando al racconto tinte un po’ più vivide del reale.

Ma sull’arancina sul traghetto no: non transigo. Perché è un falso mito creato da quella vena di nostalgia che i siciliani di scoglio si portano dietro. Strappati dalla loro terra e catapultati loro malgrado in un luogo in cui nella migliore delle ipotesi gli vengono propinate insipide pallette di riso al pomodoro che vanno sotto il nome di supplì, coltivano una devastante malinconia per qualunque cosa gli ricordi casa: dal gelo di mellone al panino con la milza; dal profumo di Mondello in primavera alla passiata (rigorosamente in macchina) in centro il sabato pomeriggio.

Ma in un’epoca in cui si può volare avanti e indietro da Palermo a Roma con venti euro o gustare un’arancina più che dignitosa a due passi da piazza Cola di Rienzo, perché qualcuno dovrebbe veramente provare nostalgia per un pezzo di rosticceria consumato in mezzo al mare, necessariamente freddo, un po’ stantio e sicuramente destinato a rimanere indigesto? Non siamo più quel popolo di emigranti che a bordo di treni notturni impiegavano giorni per raggiungere il nord e non siamo più quegli irredimibili nostalgici che a mesi – a volte anni – di distanza affrontavano interminabili viaggi al volante di un’Alfasud e si ritrovavano in freddi e inospitali saloni dove da freddi e inospitali inservienti venivano servite fredde e insipide arancine che per il semplice fatto di essere consumate a poche ore da casa assumevano l’inconfondibile sapore della meraviglia.

Perché su una cosa non ho dubbi: chi oggi decanta la bontà delle arancine sul traghetto non le ha mai assaggiate e sta rivendendo un falso mito creato dalla assonnata, intontita e disperata nostalgia di un emigrante. Oppure di arancine non capisce niente ed è disposto a mandar giù, oltre a quelle di Caronte, anche le eretiche varianti con i funghi, gli spinaci, le melanzane o – orrore su errore – la ‘nduia. Perché un’arancina non è fatta per annacarsi tra Scilla e Cariddi, ma per restare inchiummata lì dove deve essere: appena svoltato l’esofago.

10 commenti

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  • 18 agosto 2016 12:05

    ???

  • 18 agosto 2016 12:19

    A veramente sono migliori di quelle fatte in molto bar di palermo…

  • 18 agosto 2016 14:16

    Ugo, io non so come siano quelle attuali ma ti giuro che le arancine del ferry-boat (noi non lo chiamavano traghetto) erano buonissime (la testimonianza si riferisce ai primissimi anni 60 fino ai primi anni 70)

  • 18 agosto 2016 16:58

    Saranno state buone quelle arancine sul ferry-boat, ma la memoria non è come il buon vino che col tempo migliora.
    E poi, i ricordi di gioventù… tutto un altro sapore.

  • 18 agosto 2016 18:09

    Le arancine del traghetto sono immangiabili… Così come lo sono diventate quelle che un tempo erano le più buone di Palermo ( dopo quelle fatte in casa dalla mamma) e sono sicuro che non ho bisogno di dire a quali mi riferisco.

  • 18 agosto 2016 23:08

    Una volta le Arancine si gustavano solo al bar Alba, vero Ettore?

  • 19 agosto 2016 10:31

    Come darti torto caro Peppe!!:)

  • 19 agosto 2016 22:17

    Negli anni 70 le arancine del traghetto erano gustose ma non sono mai state buonissime o buone, falso mito.

  • 20 agosto 2016 10:16

    E così le arancine sul traghetto sarebbero meravigliose. Immagino che a dirlo siano gli stessi consumatori di wurstel al formaggio, cordon bleu precotti e granite di ghiaccio tritato.

  • 03 settembre 2016 01:36

    A palermo in tutti i bar al massimo trovi arancine di plastica….

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