i fatti dopo il ragionamento

Il terremoto dentro di noi

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Sopravvivere alla tempesta che abbiamo dentro, trovare il coraggio di scegliere la via di fuga migliore per noi stessi. E smettere di credere che possano essere gli altri a salvarci. Le scosse come metafora della vita di tutti noi Quiete | Blog diPalermo.it

Il terremoto ti scuote dentro. Anche se non lo senti. Anche se le scosse sono lontane da te. Anche se la terra non la senti tremare. Anche se non riprendi con il cellulare il lampadario che si muove (che poi come facciano le persone a riprendere con il telefonino quando dovrebbero scappare io me lo sono sempre chiesto, e con le immagini ci vivo e per questo dovrei forse ringraziarli).

Ma il tremore il segno te lo lascia sempre. O almeno lo lascia a me. Forse il terremoto io me lo immagino come metafora della vita. Anche se con la vita, il terremoto, ci gioca. Pensiamo a quando ci siamo sentiti feriti, a quando abbiamo provato dolore (non fisico), a quando abbiamo pianto. Quelle, per me, sono le scosse di avvertimento. Prima di ogni terremoto ce ne sono più o meno forti. Poi, se siamo sfortunati, arriva la “schicchera”. Quella pesante, la 6.0. Quella che ti fa implodere dentro. Ed è lì che sono cazzi (chiedo scusa per il termine). Perché tutto comincia a franare. A sbriciolarsi. E tu rimani lì sotto. Ed inizi a diventare totalmente dipendente dall’aiuto di qualcun altro. Ed è quello forse l’errore più comune che commettiamo. Credere di dipendere dall’aiuto di qualcuno quando dipende da noi, e solo da noi, sopravvivere al terremoto che abbiamo dentro.

Perché ci sono decisioni da prendere. Paure da affrontare. Coraggio da trovare per riuscire a scegliere quale sia la via di fuga migliore per salvarsi la vita. Fuga che non deve essere intesa come una corsa lontano da tutto. Fuga che non vuol dire scappare. Anzi. Che vuol dire essere consapevoli, diventare consapevoli, cercare il meglio per se stessi. Che poi, in fondo, potrebbe essere anche il meglio per gli altri. Per chi ci sta vicino. Per chi vorrebbe starci.

Quindi, quando si avvicina il terremoto, io penso che sia il caso di muoversi. Perché tanto lo senti quando arriva. E allora è più saggio prenderla una strada invece di rimanere fermo, magari sotto una trave che crediamo possa proteggerci, e poi invece ci troviamo ricoperti di calcinacci. Tutti bianchi che sembriamo fantasmi. Ancora vivi, per fortuna. Ma con le ferite, che quando ci penseremo dopo mesi o anni, ci faranno male ancora come quando ce le siamo fatte.

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