i fatti dopo il ragionamento

Strettamente necessario

di

Un episodio di vent'anni fa, il mio palazzo che trema, la corsa per strada e il momento della scelta degli oggetti da salvare e portare via con noi. A cominciare da questa statua di Pulcinella Pulcinella | Blog diPalermo.it

Sono disteso sul divano a leggere. Improvvisamente un boato e mi ritrovo catapultato sul pavimento. Dalla cucina un fragore di piatti, bicchieri pentole che cadono. Lampadari che oscillano, oggetti sparsi dappertutto. Sono nel soggiorno, mia moglie in cucina. Ci incontriamo nel corridoio.

“Cos’è successo”? “Il terremoto, scappiamo”. Abbiamo solo il tempo di prendere io il mio portafoglio e mia moglie la sua borsa. Scendiamo per le scale. Vediamo altri condòmini. Chi in pantofole, chi in vestaglia, chi a petto nudo. Tutti per le scale. Appena fuori in strada comprendiamo che no, non si è trattato del terremoto. Lo capiamo perché vediamo le persone affacciate dai balconi degli altri palazzi che ci guardano stupite. Arrivano i vigili del fuoco, la polizia, chiamati da chissà chi. Poco dopo, il verdetto. Due pilastri hanno avuto un cedimento. L’intero palazzo è a rischio di crollo. Bisogna evacuarlo, e subito. Anzi no. È soltanto un’ala del fabbricato a rischio crollo, l’altra no. Esulto dentro di me, il mio appartamento è nella parte ancora stabile.

Ma non ne siamo sicuri. I vigili del fuoco ci concedono non più di dieci minuti, per andare a casa e raccogliere l’indispensabile o lo stretto necessario. “Andiamo”, mi fa mia moglie. “Non se ne parla, vado io da solo”. Litighiamo. Vinco la partita e lei resta giù.

“Indispensabile e strettamente necessario”. È questo che penso mentre salgo di corsa le scale che mi portano al settimo piano. “Le mutande, prenderò le mutande, ma per quanti giorni?, e poi no, quelle si possono comprare”. “Il portagioielli di Patty, quello sì”. “Il mio dopobarba, ma che te ne fotte del dopobarba? Basta, appena in casa deciderò”.

Ed è esattamente quando entro in casa che tutto, dico tutto, mi sembra poter entrare a pieno titolo nel concetto di “indispensabile e di strettamente necessario”. Mai, non c’avevo mai fatto caso. Ma è in momenti come questi che ti rendi conto che ciò che abbiamo nelle nostre case è legato a un frammento delle nostre vite. Quel soprammobile, quella fotografia, quel quadretto, quel libro, tutto parla di noi, tutto è legato a un avvenimento, un ricordo. Persino quella calamita attaccata sul frigo, ricordo di un viaggio a Parigi, mi sembra straordinariamente indispensabile.

Giro per le stanze alla disperata ricerca di un qualcosa che mi dia la diritta per azzeccare il concetto di strettamente necessario o indispensabile, mentre i minuti passano. Nulla da fare. Gli oggetti sembrano guardarmi col fiato sospeso come a chiedermi “chi di noi sceglierai?, chi di noi sacrificherai?”. Alla fine decido. Morirete tutti o vi salverete tutti.

Giusto per dare un senso alla mia sortita al settimo piano, porto con me una carpetta. Contiene gli appunti della scaletta di un processo complicatissimo che dovrò discutere fra qualche giorno. Ed un cd di Franco Battiato, L’era del cinghiale bianco, l’unico che fuoriesce dalla mia immensa collezione di cd che tengo ben allineata nello scaffale del soggiorno.

È con quelli che raggiungo mia moglie. La trovo che piange di rabbia. Vorrebbe prendermi a calci perché ho impiegato tredici minuti. Ma è troppo felice per farlo. “Ma che hai preso? Tu sei completamente pazzo”. Questo è quello che mi dice. Io non provo neppure a spiegarle che la sola cosa di lucidamente razionale è stata quella di essere tornato e di non avere scelto di restare in casa, con i miei cd e le mie cose, accadesse quel che doveva, perché tutte per me, in quel momento, avevano un’anima, erano parte di me.

In serata rientriamo a casa. Il segmento del palazzo, almeno il nostro, non corre alcun pericolo. Nei mesi successivi l’intero stabile viene messo in sicurezza. Scopriamo che il costruttore, maledetto figlio di puttana, non si era risparmiato con l’uso della sabbia di mare nei pilastri, invece del cemento.

Sto parlando di un episodio che ho vissuto tanti anni fa. Forse una ventina. Me ne sono ricordato in questi giorni in cui si tocca con mano la tragedia del terremoto. Certo che penso ai morti, alle vite spezzate. Ma penso, soprattutto, ai sopravvissuti. Molti di loro hanno perso tutto, affetti e cose. Molti hanno perso solo le cose. Ma non sono cose, non sono “la roba” Sono, erano, una parte significativa della loro storia e della loro vita. Come questa statuetta di Pulcinella che mi stava a guardare mentre scrivevo.

2 commenti

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  • 27 agosto 2016 09:52

    Lei riesce, in poche righe, a mettere sempre tutto “in ordine”, anche dentro la mia testa. Ho avuto la stessa sensazione quando abbiamo messo via le cose dei miei genitori. Tutto era “un pezzo” di qualcosa, tutto era importante… Durante la dolorosa selezione, ad occhi chiusi ho respirato a fondo l’odore di quella casa per immagazzinarlo nella mia memoria e scelto solo ciò che ancora oggi, a distanza di anni, mi da un pizzico di felicità .

  • 28 agosto 2016 14:03

    Articolo molto bello nella sua capacità di far riflettere sull’importanza delle piccole cose nella nostra vita e sul fatto che spesso il valore di un oggetto non ha nulla a che vedere con il suo costo.
    .
    Mi permetto di suggerire all’autore (e a tutti coloro che ne condividono il pensiero) la lettura del toccante “Giorni di guerra in Sicilia. Diario per la nonna” di Grazia Pagliaro che nella parte iniziale descrive le sensazioni che molti dei nostri nonni e dei nostri genitori provarono decine di volte al sentire il suono delle sirene che annunciavano il bombardamento aereo. Il libro è disponibile per il download gratuito sul sito liberliber.it.

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