i fatti dopo il ragionamento

Uomo, dico a te

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Lo stalking, la violenza sessuale, il femmimicidio, la donna vista come proprietà. La mia esperienza di magistrato e il dovere di noi tutti di parlare ai nostri figli Violenza Donne | Blog diPalermo.it

Negli ultimi anni sono stato invitato più volte a convegni, dibattiti, tavole rotonde per affrontare il problema della tutela delle donne, di stalking e di femminicidi e il più delle volte ciò è accaduto nei giorni successivi alla consumazione di uno degli innumerevoli delitti. Mi chiedono quasi sempre se l’attuale normativa sia adeguata e in grado di tutelare le donne da ex compagni e mariti che con una escalation ormai quasi da manuale turbano la loro serenità fino a pregiudicarne l’incolumità.

La mia risposta è sempre la stessa: la tutela preventiva e repressiva per questo tipo di reati è inadeguata e per una volta non credo che dipenda solo dal legislatore. Parliamone oggi che non è stata uccisa una donna, poiché ogni ragionamento fatto a seguito di un fatto eclatante ha l’effetto di un fiammifero che accende un foglio di carta: fa una fiamma visibile ma effimera e dopo qualche giorno nessuno ricorda più niente.

Parliamone oggi, a settembre, perché in qualche modo l’argomento è legato anche a un sistema culturale e ideologico nell’ambito del quale una buona scuola potrebbe dare il suo contributo. La tutela giurisdizionale delle donne vittime di stalking e di violenza non sempre è efficace e ho potuto sperimentarlo avendo applicato, nelle mie funzioni di giudice per le indagini preliminari, numerose misure cautelari per reati di atti persecutori, di maltrattamenti e di violenze sessuali.

In materia di stalking il legislatore ha dovuto mediare tra l’esigenza di prevedere misure cautelari per impedire agli uomini persecutori la reiterazione di condotte lesive in danno delle donne e l’esigenza di non prevedere per questo reato un trattamento sanzionatorio paragonabile a quello previsto per una rapina a mano armata o per un omicidio.

Il risultato è stato modesto: è stata introdotta la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa e quasi sempre questo tipo di provvedimento ha l’effetto di indurre un soggetto che nella migliore delle ipotesi è un caratteropatico a reiterare il comportamento persecutorio o ad aggredire la donna da lui “attenzionata”.

Ma d’altro canto la legge non mi consente, se non in presenza di eccezionali condizioni, di applicare la custodia in carcere a uno stalker. E allora dobbiamo spostare la nostra attenzione su un piano diverso: chiediamoci se la società di oggi è culturalmente e ideologicamente in grado di tutelare le donne. Chiediamoci, immediatamente dopo, se tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine e se tutti i magistrati dispongono della laicità ideologica che consenta loro di distinguere un ingiustificato allarme da una fondata richiesta di aiuto immediato.

Che succede se una donna perseguitata dal suo ex marito o compagno denuncia l’accaduto a un poliziotto maschilista o semplicemente sprovveduto, ovvero se chiede l’intervento giurisdizionale a un magistrato che per sua impostazione ideologica ha sempre ritenuto che la donna sia una pertinenza del genere maschile?

E se parliamo di violenza sessuale: che cosa accadrebbe se il violentatore di una donna venisse giudicato da magistrati che coltivano ancora il dogma medioevale della “vis gratae puellae” e pensano che l’abbigliamento succinto di una donna possa avere indotto un soggetto a violentarla?

Se dunque vogliamo offrire alle donne un adeguato sistema di tutela dalle aggressioni maschili dobbiamo sforzarci di offrire a poliziotti e magistrati corsi di qualificazione professionale idonei al superamento di barriere ideologiche del tutto anacronistiche. Spiegando ai nostri figli che le loro fidanzate non sono di loro proprietà, che essere lasciati non è un disonore, ma magari un’occasione per migliorare la propria condizione di vita, che amare se stessi vuol dire essere adulti e accettare anche le scelte dolorose di altri, le scelte di separazione, facendo tutto questo, probabilmente si eviterebbe il proliferare di maschi che pretendono il possesso delle donne e che non accettano la libertà di scelte delle stesse.

Se avessi un figlio giù di corda perché la fidanzata lo ha lasciato, parlerei con lui senza imbarazzo e proverei a farlo riflettere sugli errori che può avere commesso o semplicemente lo indurrei ad accettare la scelta della donna che lo amava e che non lo ama più. Proverei a spiegargli che anche l’amore, come tutte le cose umane, a volte finisce o prende tortuosi percorsi e che la vita è troppo breve per inseguire sogni irrealizzabili.

Ma i potenziali stalkers sono individuabili? Presentano un modulo comportamentale sintomatico della loro indole potenzialmente persecutoria? Certamente sì: quando interrogo uno stalker quasi sempre mi risponde che lui si è limitato soltanto a tentare di recuperare un rapporto ancora vitale e che l’atto violento è stato solo un momento di particolare concitazione.

Non è così: chi ha un carattere predisposto alla prevaricazione, chi vive nella convinzione che la donna sia di sua proprietà, chi palesa comportamenti compulsivi che logorano la serenità della sua compagna è quasi sempre una persona caratteropatica e non di rado si trova in uno stato di mente che sta al confine tra la nevrosi e la psicosi. E allora è meglio essere cauti con questo tipo di persone e soprattutto e meglio non isolarsi e non cadere nella trappola di un rapporto vittima/carnefice.

Qualche mese fa all’università una studentessa mi ha chiesto: “Come posso capire se il mio compagno un giorno diventerà violento?”. Le ho risposto: “Diffida da quelli che per imporre il loro punto di vista alzano il tono della voce, da quelli che accompagnano i loro repentini cambi di umore con altrettanto improvvisi gesti plateali, da quelli che quando ti parlano non ti guardano negli occhi, da quelli che non sanno ascoltarti e che pretendono di essere ascoltati, ma credimi: diffida anche da quelli che vogliono portarti a letto senza baciarti…”.

6 commenti

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  • 12 settembre 2016 08:40

    Allora diffidiamo da tutti e da tutto? Ovvero, finisce o comunque diamo un limite alla nostra libertà, vivendo ogni giorno con il sospetto che chiunque ci stia accanto possa essere l’uomo nero.
    Non voglio discutere il pensiero del signor Aiello che rispetto per la sua esperienza, ma nel mio pensiero c’è invece il fatto che l’argomento sia molto complesso.
    Alla base c’è un problema di cultura, educazione, sicuramente. Ma non è un problema solo maschile. Nella mia esperienza ho visto e sentito uomini perseguitati da donne. Solo che l’uomo, anche per dignità, vergogna forse, evita di denunciare.
    Sicuramente quelle che dovrebbero funzionare sono le leggi e la loro applicazione, perché fino a quando non si smetterà di lasciare a piede libero chiunque, con tutti i cavilli che gli avvocati trovano per difendere certi mostri, non si fa altro che alimentare la delinquenza che non avendo nulla da perdere, sa bene di rimanere impunito da ogni tipologi di reato.
    Scusate se ho generalizzato l’argomento.

  • 12 settembre 2016 10:33

    Analisi perfetta!complimenti!

  • 12 settembre 2016 11:16

    Tutto tristemente vero, ma purtroppo verranno tempi ancora più bui, considerando la massiccia importazione di modelli culturali molto più arretrati di quelli che si tenta di sradicare…

  • 13 settembre 2016 18:41

    Una generazione di maschi e femmine combatté per la parità completa tra uomo e donna, anche se per molti maschi fu solo un aspetto di una più generale battaglia per l’acquisizioni di alcuni fondamentali diritti in un tempo di grandi cambiamenti. Ma per le donne fu la battaglia capitale. Oggi, però, c’è chi è capace di uccidere la compagna (fidanzata, moglie, amante) che ha deciso di lasciarlo. Questo dimostra che la condizione della donna è di gran lunga diversa da quella che poteva essere, poniamo, cinquant’anni fa, quando una donna non si sarebbe avventurata in affermazioni così definitive o, all’opposto, a perseguitare il suo uomo.
    Dunque il vero problema è che non tutti (gli uomini) hanno capito che fra le tante rivoluzioni annunciate nel secolo scorso, quella femminista è stata l’unica realizzata, anche se ancora non completamente. E il prezzo di questo ritardo continua ad essere pagato dal corpo delle donne. E nell’attesa di una massiccia importazione di modelli culturali molto più arretrati, i locali si danno da fare come possono: i nostri vecchi modelli se la cavano ancora.

  • 13 settembre 2016 20:02

    Analisi lucida e tristemente realistica. Il problema è come sempre culturale
    Gli interventi legislativo prima e giudiziario troppe volte sono parziali ed inefficaci perché, come già rilevato da osservatori internazionali sul tema della violenza contro le donne, l’Italia ha un problema di “tolleranza culturale ” di certi comportamenti. Quando gli uomini smetteranno di essere ossessionati dalla smania “proprietaria” nei confronti delle donne queste potranno smettere di pensare che l’amore abbia a che fare con il codice penale.

  • 17 settembre 2016 21:21

    Parità equivale a parità in giudizio, sul piano legale e non nel creare o costruire categorie protette possano essere donne o omosessuali. Nessuna aggravante dunque.
    Nel mio modo di intendere questo e il primo passo per la parità.
    La parte culturale è invece tutta da rivedere (per entrambi i generi).

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