i fatti dopo il ragionamento

La mia vita da precaria

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Lavoro | Blog diPalermo.it

Ho 46 anni e sono precaria ma se dico freelance fa più figo. E a quelli che mi dicono “ah, bello, ti organizzi il tuo tempo come vuoi” augurerei solo poche settimane di questo tempo. Perché la vita da freelance-precario è un inferno. E vi spiego come funziona.

Innanzitutto, e non è un dettaglio di poco conto, devi fare i conti. Proprio quelli spicci, per pagare l’affitto e le bollette, e comprarti un vestito nuovo, e programmare un viaggio (ok, meglio un weekend). Perché il freelance-precario non ha mai certezze. Poi ti ci abitui, capisci che funziona come un qualsiasi libero professionista, un po’ te ne fotti e quelle scarpe che ti piacciono te le compri lo stesso anche se non ti servono (ma arrivi a casa e hai il senso di colpa). Ma hai sempre questo senso di incertezza che ti pesa come una spada, proprio sulla cervicale che già di suo alla tua età non sta benissimo.

Poi proprio perché sei freelance-precario e le leggi di Murphy devono essere rispettate, funziona sempre che passi giornate intere a non fare niente e giornate invece che vorresti fossero di 48 ore. Perché quando finalmente hai strappato quei due mesi di contratto che ti danno ossigeno, ti capita un ufficio stampa, quella collaborazione che dormiva da mesi viene rispolverata ed è urgente ovviamente, hai sette appuntamenti in un giorno da un lato all’altro della città (e magari piove, che so). E ti ritrovi con due pagine Facebook (una da Chrome e una da Firefox, per andare più veloce), tre comunicati stampa e due articoli aperti. Contemporaneamente. Che temi sempre di scrivere una dichiarazione del presidente della Regione nella pagina Facebook della sagra della salsiccia piuttosto che nel pezzo per il giornale. Perché il giorno che tu hai preso appuntamento dal dentista ti chiedono di andare a una conferenza stampa e annulli l’appuntamento dal dentista. Così come dall’estetista, dal parrucchiere, dal ginecologo. Poi d’incanto un giorno il contratto è scaduto, il telefono non squilla, non c’è nessuna rassegna stampa da consegnare con urgenza. E allora vaghi per casa. Stai al pc, leggi i giornali, ti fai qualche giro su internet ma non concludi niente e alle 12 sei ancora in pigiama, con un senso di irrisolto che ti esplode dentro come un kamikaze a Kabul.

Fino al prossimo giro, alla prossima corsa. Al prossimo “no, grazie, l’ufficio stampa può farlo pure mio nipote che scrive tanto bene”, al prossimo “ma tu non sei anche webqualchecosa?” perché oggi se non ci metti davanti un paio di qualifiche in inglese non sei nessuno, al prossimo contratto che si allontana e si assottiglia e ti leva ossigeno, futuro, speranza.

E un pomeriggio mentre guidi e chatti con un amico (e sì, non si fa, lo so. Ma ogni tanto accosto e scrivo, tranquilli) gli dici: perché la verità è che io non sono più felice così, e sono stanca di lottare per le briciole.

2 commenti

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  • 09 ottobre 2016 09:44

    Molto bello e molto amaro il tuo racconto. Grazie.

  • 19 ottobre 2016 17:27

    Grazie a te, Roberto.

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