i fatti dopo il ragionamento

Il gioco, i guai, la vita…

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Lotto, Superenalotto, totocalcio e la Legge di Murphy che mi spinge a restarne a distanza di sicurezza. Anche se molti anni fa il tavolo verde mi spinse a fare qualche fesseria. Vi racconto quel demone irresistibile che si chiama azzardo 1364991579 Grattaevinci | Blog diPalermo.it

Io non gioco. Lotto, Enalotto, Superenalotto, Totocalcio, non fanno per me. No, nessuna scelta ideologica. È solo un fatto di pigrizia. Mi scoccia terribilmente dovere poi controllare la schedina. E poi perché fondamentalmente non ci credo. Sono un pessimista di natura. Lo scorso anno mi feci coinvolgere in un sistema con alcuni conoscenti. Mi costava 20 euro a settimana, ma almeno non dovevo occuparmi di controllare la schedina. A metà campionato, visti i deludenti risultati, volevo uscire, ma non l’ho fatto perché ero certo che, una volta uscito, loro avrebbero azzeccato. La legge di Murphy è nel mio genoma. Non posso farci niente, e così ho percorso la via crucis fino alla fine del campionato.

E non gioco neppure al gratta e vinci. Intanto perché mi scoccia terribilmente il gesto fisico del grattare. E poi perché il copione è sempre lo stesso. Vinco puntualmente la somma corrispondente al prezzo di acquisto del tagliando, e naturalmente decido di reinvestirla in un altro tagliando, un eccetera eccetera interminabile.

Però, ogni volta che entro in una tabaccheria, mi piace osservarli i patiti del gratta e vinci e, insieme a loro, quella variegata umanità col viso proteso verso l’alto sul monitor, a guardare lo scorrere dei numeri, ed inseguire i loro sogni. Tutti noi, nella vita, inseguiamo sogni.

Li osservo sempre con umana, affettuosa, simpatia perché conosco il groviglio di emozioni che li attraversa in quella breve camera di consiglio che intercorre tra la puntata o l’acquisto del tagliando ed il verdetto. Speranza, illusione, delusione, disperazione, rabbia. Adrenalina allo stato puro. Le stesse, meravigliose sensazioni che si provano al tavolo da gioco. L’universo “uomo” è vario. C’è chi cerca emozioni nel gioco, e chi le cerca nel parapendio o nel deltaplano.

E so pure che il confine tra la voglia di vivere emozioni e la tragedia è sottilissimo. Conosco bene il demone del gioco, il demone dell’azzardo. Da giovane ero un patito del tavolo verde. Andavo spesso al casinò e non ero certo di poter fare affidamento sui miei freni inibitori. Perciò prendevo le mie precauzioni. Stanziavo una somma, biglietto di aereo andata e ritorno, albergo pagato, niente carnet di assegni o carte di credito. Mi recavo al casinò avendo persino l’accortezza di lasciare in albergo 20-30-40 mila lire, giusto per assicurarmi un panino, o la colazione al mattino prima di riprendere l’aereo per tornare a casa. Meno male.

Perché vi assicuro che dopo aver perso fino all’ultimo centesimo avrei fatto di tutto pur di avere qualcosa ancora da giocarmi. Se avessi avuto con me il carnet degli assegni non ci avrei pensato un attimo ad andare dai cambisti, appostati lì, proprio sotto il casinò. Non conta nulla in quei momenti. Vuoi tornare a giocare e basta

Una volta ritornai pure in albergo, a piedi, a riprendermi le 30 mila lire che avevo lasciato, per giocarmi anche quelle. Naturalmente andò male.

Al mattino, eravamo tuttì li. In aeroporto. Occhi cerchiati, pallidi, tristi. I pendolari dell’azzardo, tutti meridionali, calabresi, siciliani, campani. Ricordo che una volta, in attesa dell’aereo, c’era uno, un calabrese, che aveva perso 100 milioni allo chemin de fer. Era tornato a giocare la sera successiva, ed il suo banco aveva avuto un discreto “filotto”. Lo aveva portato a 100 milioni.

Qualcuno, al tavolo, aveva sibilato “banco”. “Io mi sono fatto questo ragionamento – mi diceva – Se mi ritiro, mi riprendo la somma che ho perso. Se do carta e mi va bene, non solo mi riprendo i cento milioni, ma vinco pure”. “Secondo te che cosa ho fatto?”, mi chiese. “Lo so, lo so quello che hai fatto. Lo avrei fatto anch’io”.

Chi non conosce la psicologia, la perversa psicologia del giocatore, non ha la più lontana idea della condizione di sballo in cui si può cadere. Certo, io sono stato bravo. Altri sono meno bravi, e l’abisso li ingoia. Molti vengono ingoiati dall’abisso della droga. Anche lì, per dire, il passaggio dalla canna alle droghe pesanti non è poi così improbabile. Ed anche il passaggio dal semplice “cicchetto” all’anonima alcolisti è a portata di mano.

Nella vita, è sempre e solo una questione di misura. Eppure, nei confronti di drogati ed alcolisti, scatta il meccanismo della comprensione sociale. Spesso, giustamente, quello della solidarietà. Per i giocatori d’azzardo scatta la repulsione, la tolleranza zero, l’inflessibilità dei giudizi, la riprovazione, la dannazione. Una sorta di condanna biblica. Il solo demone che esiste è quello del gioco. Gli altri sono niente più che umani cedimenti. Ed è una prospettiva sociale che precede addirittura il deragliamento, perché è il gioco in sé che viene visto come qualcosa di peccaminoso e non, semplicemente, come uno dei tanti, tantissimi modi con cui una persona si relaziona con gli altri. Soprattutto con se stessa.

Certo, nella considerazione sociale e nella scala dei valori, una serata al poker non è come andare al teatro, al cinema d’essai, al museo o in biblioteca. Ma non è nemmeno la strada che porta dritto all’inferno. Forse converrebbe essere un tantino più laici. Arretrare, anche di poco, la soglia della severità. Credetemi, anche i giocatori d’azzardo hanno una loro cultura, una loro sensibilità. Naturalmente, anche i loro guai.

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