i fatti dopo il ragionamento

Quella donna che non salutavo mai

di

La mia vicina di casa trasparente, la notizia improvvisa della sua morte, quel rimpianto che mi porto dietro e il tardivo conforto grazie a un pool di medici che conosco bene Donna Sconosciuta | Blog diPalermo.it

Se fosse un film sarebbe un film sulla solitudine metropolitana. Ma Palermo non è una grande metropoli, e non c’è bisogno di chiamare in causa la sociologia se non conoscete il nome e il cognome di una vicina di casa che muore, e voi all’improvviso vi chiedete quale sia stata l’ultima volta che l’avete incrociata, perché il tempo è una nebulosa e voi siete una variabile inconsistente.

Non si può neanche attribuire la colpa ai social che incattiviscono e rendono impalpabili i rapporti tra le persone, perché stavolta è proprio grazie ai social che scoprite come si chiamava la vostra vicina di casa. Si chiamava Claudia, non so quanti anni avesse, forse 30 o 35, la guardavo a testa bassa per pudore, per riservatezza, o perché non saluto chi non conosco anche se lo incontro tutti i giorni. Realisticamente è più probabile la seconda ipotesi e me ne vergogno.

Era una giovane donna alta, robusta, un gigante con i capelli corti, “esiti di chemio” o di un intervento, pensavo. Non l’ho vista per mesi, e poi è riapparsa. Viveva con un uomo, un suo coetaneo. Solo ora ho saputo che erano sposati. Qualche volta erano insieme, lui l’accompagnava a fare le terapie, lei aveva le stampelle. Non li ho mai salutati.

Scopro che è morta dal furgone delle onoranze funebri parcheggiato di fronte casa alle tre di un venerdì pomeriggio, dal portone spalancato dell’appartamento in cui abitava e da un post su facebook di un medico, di una donna medico che lavora in un reparto che ho seguito e seguo da anni per lavoro, l’oncoematologia pediatrica dell’ospedale Civico. Mi basta poco per capire che la sua paziente era la mia vicina di casa.

Delia Russo, il medico, scrive di Claudia, del suo sorriso e dei mesi o anni di assistenza nel reparto, della giovane donna che si curava tra i bambini e dava loro coraggio, accompagnata e seguita con amore dal marito e dal padre. Ho letto i commenti di chi l’aveva conosciuta, so che non è mai stata sola, è stata curata al meglio perché conosco bene la vita del reparto e i medici e i volontari che lo animano con passione, dedizione e professionalità eccellenti. È l’unico e tardivo conforto che riesco a darmi per non avere scambiato una parola con lei e con il marito, al quale ho detto dal balcone mentre si allontanava di spalle “buongiorno, mi dispiace, condoglianze”. Si è voltato e mi ha risposto: purtroppo. Sì, purtroppo.

11 commenti

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  • 19 ottobre 2016 10:59

    Dispiace per Claudia che non ce l’ha fatta! Ma Lei, Cristina Arcuri, con il Suo articolo ci ha dato una lezione di vita!

  • 19 ottobre 2016 11:58

    Grazie, Ugo.

  • 19 ottobre 2016 13:50

    Le persone non salutano nemmeno quando ci si incontra, quando uno esce e l’altro entra, in ascensore. Non ho mai confuso la riservatezza con l’ineducazione.

  • 19 ottobre 2016 14:30

    Articolo esemplare che ci ricorda quanta sofferenza può nascondersi dietro un silenzio impacciato nella cabina di un ascensore. A me, che vivo da 35 anni a contatto della sofferenza, mi capita spesso di pensarci quando di notte mi affaccio a una finestre vedo qualche luce accesa nelle finestre del palazzo di fronte. E mi chiedo: “Chissà chi vive lì. Chissà se è sveglio perché sta male o magari perché non riesce a smettere di leggere il suo libro. O forse perché ha tanti di quei pensieri che non riesce a dormire”.
    .
    Grazie, Cristina, per avercelo ricordato con delicatezza e sensibilità.

  • 19 ottobre 2016 14:44

    incredibile, proprio oggi, giorno del mio compleanno, nel mio palazzo è morta una donna, una che salutavo, ma con cui non scambiavo mai una parola,ho trovato sotto casa due macchine dei carabinieri e so che è venuto un magistrato. Questa donna, una 40enne tamil faceva la badante e si è impiccata. Non mi do pace, ieri ci siamo incrociate e lei mi ha sorriso , l’ho salutata come sempre, non sapevo che accanto a me stesse passando tanta sofferenza. Non mi do pace

  • 19 ottobre 2016 15:22

    E’ proprio così. Sarà che siamo presi da in ritmo frenetico. Sarà che inseguiamo non si sa bene cosa ma la verità e’ che abbiamo abbandonato le cose semplici che danni il senso alla nostra vita come un sorriso, un saluto, una stretta di mano e la cosa brutta è che anche quando succedono episodi come quello che racconti ci fermiamo solo un attimo ma poi riprendiamo a correre ad inseguire il nulla

  • 19 ottobre 2016 15:41

    Grazie per avere descritto i miei sentimenti,noi ci salutavamo ma ti assicuro che non è bastato a confortarmi quando ho saputo la sua storia

  • 20 ottobre 2016 10:43

    L’articolo di Cristina Arcuri mi ha commosso tantissimo, mi ha fatto riflettere sui giudizi e sui comportamenti superficiali a volte da me tenuti. Grazie.

  • 20 ottobre 2016 19:04

    Cristina hai frequentato il marco polo a palermo??????sei tu?????

  • 21 ottobre 2016 10:41

    No, non sono io.

  • 01 novembre 2016 17:45

    Salve a tutti, sono d’accordo con il signor Salvo (19ottobre2016 ore 13.50), anche secondo il mio parere salutare è un istinto della propria educazione. La riservatezza sta, credo, nel non approfittare del saluto per cavare risposte alle persone che si incontrano per soddisfare la curiosità. Può esserci comunque della gentilezza se una/un inquilina/o è in difficoltà col portone, aspettando qualche secondo la persona che deve prendere l’ascensore della stessa scala o con la spesa o per qualsiasi altro motivo ci sia nel momento in cui ci si incontra.
    Credo di capire anche il suo stato d’animo signora Arcuri ma non so se quella che Lei chiama solitudine metropolitana sia veramente tale. Nei paesi ancora oggi si sa tutto di tutti, in città grandi come Palermo forse cerchiamo volutamente di non far sapere i fatti nostri? Convinti che abbiamo il nostro orticello e non vogliamo invadere quello altrui ne’ vogliamo sia invaso il nostro?
    E non è quando accadono tragedie che ci si accorge di non conoscere le persone, ma anche matrimoni e nascite e feste varie, solo che se muore qualcuno siamo costretti a considerare la precarietà di noi esseri umani. Ciò ci fa riflettere ma poi bisogna tornare al proprio … orticello, e a volte è un bene perché non possiamo farci carico di tutti i brutti accadimenti. Forse sbaglio a pensar così. L’importante comunque è cercare di avere empatia, quando si può, anche per uno sconosciuto e non aspettarsi nulla in cambio, ma anche capire se quell’empatia è ben accetta o no. Ciò che voglio dire è che non è stata soltanto lei a non approfondire la “conoscenza”, seppur per motivi diversi nessuno ha fatto il cosidetto primo passo. Spero che questo mio ultimo pensiero la farà sentire meno … peggio, se le dovesse ricapitare.
    Mi scuso con tutti per la lungaggine e invio cordiali saluti, a lei al suo staff e ai suoi lettori.
    rita

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