i fatti dopo il ragionamento

Se ricordassimo da dove veniamo

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I blocchi contro i migranti a Goro, la memoria del passato e la storia di un calciatore siriano che dovrebbe insegnarci qualcosa Migranti | Blog diPalermo.it

Ricordati sempre dove comincia tutto. Il filo annodato da qualche parte. Tu vedi il gomitolo, la trama imbrogliata, che non fa distinguere, ma ricordati da dove tutto parte, avrai anche più comprensione per come e dove arriva. Mio padre mi diceva così, quando si parlava di memoria storica, di non perdere i dati del passato che illuminano l’attualità.

In alcuni piccoli paesi del nord forse non hanno mai visto una barricata in vita loro, ne hanno improvvisata una senza alcuna perizia. Forse chi arrivava in quel paesino, non era la prima volta che ne vedeva una. Forse aveva anche visto fiamme e armi. E cannoni. E bombe. Perché la memoria fa questo, ti porta sull’ottovolante e ti fa coprire col ricordo un’immagine recente. Quando e come comincia tutto? L’origine ha una sola parola. Guerra. Un evento più comunista e paritario della morte che l’accompagna. Viene per tutti, colpisce indiscriminatamente.

Tutto parte da lontano, dalle sillabe che portano morte e bombe. E da piccole decisioni che col tempo nemmeno vengono ricordate. Ma ai tempi, quando vennero prese, sembravano profetizzare. Ognuno dei fuggitivi dalle zone infestate da mine ha un romanzo dentro che riempirebbe pagine. Quando tutto cominciò, ci furono anche storie come quella di Firas Al Kathib. Siriano, giocatore discreto, che con orgoglio vestiva la maglia della sua nazionale. Era il 2011. Al Kathib vide la sua gente massacrata dalla guerra, sfinita dalla faida. La Siria che conosceva non esisteva più. Il suo mestiere di calciatore lo aveva portato lontano. Ma venne convocato per la nazionale, per la quale era un idolo. Ma non andò più. Promettendo a se stesso con una frase che si è tatuato nella memoria. Fino a che ci sarà anche un solo cannone pronto a fare fuoco su qualsiasi zona della Siria, non vestirò mai più la maglia della nazionale.

Di anni e di cannoni ne sono passati, sono passate le barricate. Al Kathib, come tanti altri, vede la sua terra bruciare da lontano. Forse questo bisognerebbe insegnare a chi dice di no con la forza e ricaccia indietro chi fugge. Che prima di decidere qualsiasi cosa, bisognerebbe capire da dove è iniziato tutto. Da dove si è partiti. E provare a leggere davvero, negli occhi di chi arriva, l’orrore di quello che si è lasciato. Forse qualcosa vivrebbe ancora.

1 commenti

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  • 13 novembre 2016 07:13

    Gent.mo Ettore Zanca, mi limito solo ad una osservazione, guardando indietro, ricordo solo che i nostri padri non sono fuggiti (abbandonando le famiglie) dalla prima e seconda guerra mondiale, Le faccio notare, che, la maggioranza dei cosiddetti profughi, sono dei giovanotti pieni di forza, ( forse potevano restare a proteggere i loro familiari!!!!) i nostri padri non sono scappati e sono morti per liberare la loro patria. Con stima, Nicolò

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