i fatti dopo il ragionamento

A proposito del nostro giornale

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La vertenza al Giornale di Sicilia, il braccio di ferro tra proprietà e redazione, la necessità urgente di un confronto e un punto d'incontro chiamato compromesso. Per il bene di tutti Giornali2 | Blog diPalermo.it

Poche altre volte, a mia memoria, il braccio di ferro tra la proprietà e la redazione del Giornale di Sicilia aveva raggiunto picchi tanto esasperati. Una spaccatura così profonda, lacerante, senza apparenti vie d’uscita, che si è finora tradotta in un pacchetto di sei giorni (consecutivi) di sciopero.

Ho avuto la ventura di vivere due fasi della vita. La prima da dipendente, al giornale appunto, per oltre vent’anni; la seconda, quella attuale, da imprenditore. Ho ereditato un’azienda con settanta persone, adesso siamo poco più di quaranta e chiunque di voi può immaginare che la gestione di un’attività che sopporta un carico di lavoro così importante non è uno scherzo.

Ho imparato con gli anni a smussare certi angoli del mio carattere. Ho dovuto farlo, mio malgrado, quando ho capito che la sopravvivenza dell’azienda passava soprattutto da una visione diversa delle cose, più morbida se volete. Ho imparato, seppure nei limiti del mio carattere poco inclìne al confronto, ad ascoltare, ad essere paziente, anche ad ingoiare rospi che non pensavo sarei riuscito a mandare giù. L’ho fatto perché a un certo punto l’evoluzione delle cose ti mette di fronte a un bivio. O accetti il dialogo con le persone che lavorano con te e per te o vai a sbattere. Puoi anche farlo più per convenienza che per convinzione, più per opportunismo che per fede. Però lo fai perché devi farlo, e non è il caso di tirarla per le lunghe.

Non è stato facile. Quando mio padre morì ero giovane, inesperto e forse un po’ coglione, e probabilmente all’inizio ho pensato che potessi gestire il bar restandomene chiuso in una sorta di torre d’avorio. L’azienda ti costringe invece a stare con le orecchie tese, in perenne tensione. L’azienda è un lavoro sporco, l’azienda ti impone di sporcarti le mani. Cacciandoti via dalla torre d’avorio in cui ti eri arroccato. L’azienda è un bambino che ha bisogno di cure e di attenzioni e per la quale a un certo punto devi sacrificare te stesso e le tue convinzioni.

Conosco le tensioni che attraversano la proprietà del Giornale di Sicilia. Sono tensioni più che giustificate dallo stato delle cose. I giornali di carta vivono un momento drammatico, la sopravvivenza è appesa a un filo. So che per un imprenditore non è facile affrontare le tempeste con nervi saldi e sangue freddo. Io non sempre ci sono riuscito, ed è questo il mio rimpianto più grande. Non avere affrontato le turbolenze col piglio del condottiero che infonde fiducia alla truppa. Però bisogna farlo e basta, senza cadere nell’errore mortale in cui io sono caduto in passato: vedere i dipendenti come nemici. Avvertirli esclusivamente come controparte, e in nome di questa convinzione condurre una trattativa unilaterale. Pensando che la ragione stia esclusivamente da una parte, la tua.

A guardare la vertenza del giornale da fuori si avverte invece proprio questo. L’esasperata rigidità della proprietà. L’incapacità di incanalare i diversi punti di vista dentro a un confronto franco. Magari anche violento nella forma ma franco, onesto. La capacità di cambiare idea, l’umiltà di cambiare le regole del gioco a gioco in corso. Ammettendo gli eventuali errori.

Lo sciopero – che non è mai la soluzione e di cui io sarò sempre fiero oppositore – poteva e doveva essere evitato. Credo nella gerarchia, ho una visione verticistica delle cose – uno comanda e gli altri eseguono – sono aziendalista convinto e credo che la democrazia costi quel che costi abbia prodotto più danni che benefici. Per dirla tutta, sono l’antitesi di quello che voi definireste un progressista. Ma esiste una parola che ho imparato con gli anni e che spesso è la chiave per risolvere qualsiasi tipo di problema. Si chiama compromesso. Pensavo fosse una segnale di debolezza. Non lo è.

Credo che i miei colleghi giornalisti, oggi, abbiano soprattutto un’esigenza. Quella di essere ascoltati. È probabile che non abbiano ragione su tutto. Però hanno il diritto di essere ascoltati. E credo che l’editore, oggi, abbia appunto il dovere di ascoltarli. Perché è soprattutto questo il suo dovere. Assieme a quello, imprenscindibile, di far quadrare i conti. Deve. Deve e basta. Per l’amore che ha verso quel giornale che non è solo suo, è soprattutto nostro, perché il Giornale di Sicilia è soprattutto il nostro giornale.

4 commenti

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  • 29 ottobre 2016 14:37

    Bravissimo. Anch’io, anche se non dirigo qualcosa che mi appartiene, ho imparato l’arte del compromesso e la capacità di “muzzicarmi la lingua” quando può essere utile all’interesse collettivo. In fondo, crescere vuol dire perdere certezze e acquisire dubbi e imparare che la verità assoluta non esiste. Mi permetto di consigliare un magnifico libro di Sandor Marai dal titolo “La donna giusta” che esprime in pieno il concetto della relatività della realtà e delle ragioni di ciascuno in presenza di un dissidio.
    .
    Su una sola cosa dissento: il GDS non è “il mio giornale”. Ma capisco che, in una città in cui quand’ero ragazzino si stampavano tre quotidiani, perdere l’unico sopravvissuto sarebbe gravissimo. Non lo leggo mai, ma dico “Forza GDS”.

  • 29 ottobre 2016 14:53

    Caro Francesco condivido il tuo ragionamento però è c’è un un però sai benissimo quale è il carattere dell’Editore, chi non condivide le sue idee e azioni è suo nemico, ritengo legittimo da parte dei Redattori e anche dei Poligamia, dopo essere andati incontro all’Azienda con Contratti di solidarietà e di conseguenza perdita di salario in tutti i sensi (contributi, fondo casella, tfr), chiedere un piano industriale e organizzazione del lavoro per i prossimi due anni, finalizzato al risanamento dei conti economici e al rilancio del giornale (dati di Agosto vendite 19.000 copie vendute), questo impegno era scritto sugli accordi firmati all’ufficio Prov. Lavoro, allora devo pensare che non ti è bastato il sacrificio dei tuoi dipendenti ma alla fine li devi mandare a casa con l’inganno, ecco perché non vuole confrontarsi perché non vuole prendere impegni. Questa è la solita storia, scritta da chi conosce l’Editore dal 1972.

  • 29 ottobre 2016 16:08

    N.B.volevo scrivere Poligrafici.

  • 02 novembre 2016 15:48

    Premesso che a pelle mi schiero sempre dalla parte del lavoratore e difficilmente sono disponibile ad essere tollerante con il “padrone”, vi che ho avuto la sfortuna o la fortuna, dipende dalle circostanze, di trovarmi e di conoscere entrambi i ruoli: dipendente ed imprenditore. Il dipendente (ovviamente sto enfatizzando e generalizzando) ritiene sempre di essere vessato, sfruttato, di avere solo diritti e doveri pochi, di essere l’artefice delle fortune del “padrone” insomma di essere una specie di genio sottoutilizzato. Di contro il “padrone” o la proprietà se qualcuno preferisce, ritiene di essere l’unica parte depositaria del verbo, di essere la sola che rischia (i soldi), di pretendere sempre che il capitale investito abbia la stessa remunerazione e lo stesso margine e via discorrendo. Ovviamente le posizioni sono sempre lontanissime e ciascuna delle parti ritiene di essere dalla parte della ragione.
    Come se ne esce? Qualcuno ha detto con il compromesso e con il confronto e mi trova d’accordo. Ma vorrei andare oltre. Il GDS che a Palermo tutti dicono di non leggere, io per primo, ma è il primo giornale che in effetti si sfoglia la mattina – dopo, magari, ed i più per darsi un tono, si passa alla lettura dei più fighi Corriere e Repubblica – subisce come tutti i giornali di carta, della pesantissima ed invincibile concorrenza della rete e di Internet in generale. Era chiaro ed è chiaro che la carta non potrà mai e poi mai concorrere con la velocità della rete; è una questione tecnica che anche i lattanti dovrebbero capire. Il giornale di carta sarà tra qualche anno solo un dolce ricordo vintage; la tecnologia va avanti e chi non sta al passo è fottuto (purtroppo). Bisognava allora coniugare – prima però – le sacrosante esigenze dei lavoratori a vedersi accreditato lo stipendio il 27 del mese e le altrettante giuste ed incontrovertibili esigenze dell’imprenditore che non è li a pettinare le bambole ne a fare le veci dell’INPS ma è li per avere remunerato adeguatamente il capitale investito. Se alla fine del mese il Sig. Ardizzone o chi per lui, nella migliore delle ipotesi, pareggia le entrate e le uscite senza mettersi in tasca il guadagno che un imprenditore si aspetta, è lecito che dopo un pò si rompa le scatole? E se invece non pareggia e deve mettere mano a finanza personale o peggio ricorrere al fido bancario o mercantile? Che fa non si deve incazzare? Come risolve il problema il Sig. Ardizzone o chi per lui? Taglia i costi. Come si tagliano i costi? Intervenendo sul costo del lavoro che è sul conto economico una delle voci più pesanti in assoluto. Il problema è: si riesce a fare lo stesso giornale con X giornalisti/poligrafici/amministrativi in meno? Io dico di no e questo è il grande dilemma. Soluzioni? Per esempio, la creazione di una coop di dipendenti, se la proprietà è d’accordo, che rilevi il tutto, pagando si intende un comodato per gli impianti ed il fitto dei locali e liberando ed accollandosi gli oneri finanziari ex post della gestione caratteristica? Pilotare la cessione ad un gruppo editoriale finanziariamente robusto che voglia rilanciare la testata ed investire a medio lungo termine? Oppure una sorta di pre-pensionamento o di esodo con intervento dello stato (ai dipendenti ex Alitalia mi pare abbiano concesso da 7 a 10 anni di esodo incentivato)! Non credo che altre soluzioni del tipo allargare i contratti di solidarietà piuttosto che guadagniamo meno ma guadagniamo tutti sia applicabile alle diverse professionalità che esistono dentro un giornale. D’altronde l’alternativa quale sarebbe? La proprietà mette il giornale in liquidazione, si vende l’attivo patrimoniale per pagare le passività correnti ed il resto, si chiude e tutti a casa. La proprietà se ricca era ricca rimane; i dipendenti pagano la panella, purtroppo!

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