i fatti dopo il ragionamento

Il dovere di un vero poliziotto

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Gli agenti che compravano il pesce nella pescheria di un boss e il concetto di opportunità che tutti noi dovremmo tenere sempre a mente. Per evitare pericolose, e qualche volta giustificate, suggestioni Polizia | Blog diPalermo.it

Mi ha fatto molto riflettere la vicenda dei poliziotti finiti sotto procedimento disciplinare per avere comprato del pesce in una pescheria della Kalsa riconducibile a un capomafia. Sono culturalmente (forse anche geneticamente) portato all’indulgenza e quindi mi auguro, davvero, che riescano, se non a cavarsela, a pagare il prezzo più basso possibile. Però, intendiamoci, il problema sollevato dagli organi disciplinari esiste, e pesa come un macigno. Investe il concetto di “opportunità”.

Vi racconto una cosa: una volta capitò che in un processo in Corte di Assise, ad udienza aperta, un pubblico ministero si avvicinò al presidente della Corte abbracciandolo affettuosamente per fargli le condoglianze per la morte del padre. Un gesto di normale solidarietà, di affettuosa ed umana vicinanza. Però mi domandai cosa avrei pensato io, se fossi stato l’imputato di quel processo, avendo assistito, in presa diretta, a quell’afflato esistente tra chi doveva giudicarmi e chi invece mi accusava. Ho pensato che sarebbe stato facile cadere in suggestioni come quella di pensare di non trovarmi davanti ad un giudice terzo ed imparziale.

Conclusi che quel semplice gesto, in quello specifico contesto, era a dir poco inopportuno, perché idoneo, anche solo potenzialmente, a determinare pericolose distorsioni, anche semplici suggestioni, del tutto ingiustificate, ma antropologicamente comprensibili, soprattutto in ragione del ruolo e delle funzioni esercitate da quel pm.

Quello dell’opportunità è un concetto col quale mi confronto ogni giorno, per via della professione che esercito. Per esempio, c’è un tizio che incontro quasi ogni mattina. Si diletta a pescare e vuole sempre regalarmi del pesce. Ma lui è una mia controparte sostanziale in un processo. Lo sa, sa pure che non c’è nulla di personale, sa che io faccio solo il mio lavoro e che quel pesce non potrebbe interferire in nulla. “Che c’è di male, avvocà, su pigghiassi”.

In effetti non c’è nulla di male. Solo che non è opportuno, per il mio ruolo, la mia funzione, per il contesto. Eccoci al punto: contesto, ruolo, funzione. Sono esattamente questi i paletti che tracciano il confine tra ciò che si può fare e ciò che non è opportuno che si faccia. Tra ciò che tutti possono fare e ciò che alcuni non è opportuno che facciano. E più cresce il ruolo e la funzione, più questi paletti restringono il sentiero percorribile, dal quale è facile, facilissimo deragliare, anche in perfetta buona fede.

Nel caso specifico, non è determinante stabilire se questi agenti sapessero o non sapessero chi fosse il reale proprietario dell’azienda ittica. Anzi, per quanto mi riguarda, voglio dare per scontato che per loro era un semplice negoziante. Non è questo il punto. Il punto è che a questi ragazzi è sfuggita la delicatezza del ruolo e delle loro funzioni. È sfuggito che in una città come Palermo (e forse non solo Palermo) il loro comportamento poteva anche solo ingenerare pericolose suggestioni o aspettative nel titolare della pescheria. Sentirsi in qualche modo protetto, ritenere che loro potessero chiudere un occhio su eventuali irregolarità, pensare di essere considerato un loro amico. Gli è sfuggito che un normale cittadino, assistendo a quel confidenziale via vai, potesse pensare, sia pure sbagliando clamorosamente, ad avvenute contaminazioni.

Ruolo, funzione, contesto. Lo so, talvolta sono delle vere e proprie catene. Ma da queste non possiamo liberarci.

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