i fatti dopo il ragionamento

Storia triste di un Papello

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Le motivazioni della sentenza Mannino, il mio lavoro di cronista che non poteva coltivare il dubbio e le fregnacce che per anni abbiamo considerato Verbo. E che oggi si rivelano per quelle che erano. Forse a tempo scaduto Tribunale | Blog diPalermo.it

Non credo esista un cronista di giudiziaria, in questa città, che non ricordi dove si trovava quel giorno. Io ero a casa dei miei a Perugia, in ferie. E quando arrivò la telefonata del mio capo che mi informava, non tanto pacatamente, che tutto s’era compiuto e che avevamo clamorosamente bucato la notizia, non ci volle molto a capire a cosa si riferiva. Era il tormentone del momento, l’evento annunciato. Il tifone che sai si abbatterà sulla tua insulsa carriera di giornalista, trasformando la tua giornata in un inferno. L’apocalisse certa e, al tempo stesso, imprevedibile. Un po’ come il “big one”.

Il papello, la prova delle prove del ricatto mafioso allo Stato, da categoria dello spirito s’era fatto materia. Il testimone dei testimoni, dopo mesi di annunci e promesse, aveva dato ai pm “la carta” (sappiate che il cronista di giudiziaria solo a sentire la parola “carta” prova emozioni senza pari). E io ero dai miei, lontana dalla scena delle scene. Avevo mancato l’appuntamento e dovevo rimediare. Rientrare, si dice in gergo. Che significa che sei arrivata ultima, hai toppato alla grande e devi cominciare a fare una raffica di telefonate generalmente inutili, perché la Storia fa il suo corso e i suoi Protagonisti non hanno tempo da perdere con una sfigata che sta in ferie giusto quel giorno.

In un modo o in un altro, comunque, facemmo e l’Ansa uscì. Era il 29 ottobre del 2009. Tutti, allora, sapevano cosa fosse il papello. Pure i dimafonisti (bravissimi colleghi a cui dettiamo i lanci di agenzia) che da tempo avevano smesso di chiedermi: “che hai detto? Il capello di Riina?” E io a spiegare, “no il capello, il pa- pel- lo, quello con le richieste della mafia allo Stato”.

Insomma era il tempo in cui la trattativa era La Notizia, i giornali riempivano pagine su accordi oscuri e istituzioni deviate e davano la caccia al signor Franco-Carlo. Era il tempo in cui se bucavi l’ultima sulla trattativa, venivi lapidata in redazione che manco Fantozzi in sala mensa, il tempo in cui avere o non avere una dichiarazione di Ingroia faceva la differenza tra un giornalaio e un cronista di livello. Il tempo in cui era vietato avere dubbi, perché chi dubitava stava dalla parte del nemico e, soprattutto, poteva scordarsi di beccare una notizia dagli eletti a caccia della verità.

Seguirono anni bui. E lo dico seriamente, con dolore. Per la magistratura palermitana e per la stampa. Anni in cui in Procura si centellinavano ai media di riferimento, quelli più appecoronati degli altri, distillati di verbali, gocce di intercettazioni, documenti che avrebbero dovuto squarciare il velo sull’epoca delle stragi. I condizionali non esistevano. Esistevano solo le certezze, perché, in fondo, le domande non facevano comodo a nessuno. Non a noi, che campavamo pascolando davanti alle stanze dei pm in attesa che ci lanciassero qualche osso. Non a parte della Procura, che cercava di usare per fini propri un’indagine già evidentemente piena di falle.

Non voglio dire che in tutti c’era malafede. Qualcuno ci credeva e ci crede, ma l’impressione è che il dubbio non l’abbia coltivato nessuno. Neppure quando le balle e le forzature, i copia e incolla, le incongruenze, i falsi storici e le mistificazioni erano evidenti. Neppure quando era chiaro che i testimoni (chiave o meno) si limitavano a dire quello che i magistrati volevano sentire, in una diabolica legittimazione reciproca che dappertutto porta tranne che alla verità. Una volta mi colpì molto un collega dimafonista: io dettavo, e lui evidentemente lontano dai condizionamenti e dagli innamoramenti di cui eravamo tutti vittime, presa la notizia mi fece: “ma voi a ‘ste fregnacce ce credete?”. Devo dire che non seppi come rispondere e la buttai sul ridere.

Da allora sono passati anni. E ieri sul papello e sulla trattativa s’è pronunciato un giudice. Il primo con una sentenza. Il suo è stato un parto sofferto e lungo, un anno quasi. Tanto che il presidente del tribunale ha sentito il dovere di scusarsi dell’attesa con un comunicato (roba mai vista in vent’anni di lavoro) in cui annunciava il deposito delle motivazioni. Parlo della sentenza Mannino: 500 pagine che si abbattono sulla trattativa come, per restare sulla cronaca, un terremoto su una chiesa del 1200.

Ce n’è per tutti, pure per il papello, che per il giudice fu “frutto di manipolazioni”. E leggendo quel passo mi è venuto quasi da ridere: ho ripensato alle ansie, alle angosce vissute a caccia del particolare in più su un’indagine che abbiamo dipinto come un serio tentativo di ricostruire una fase storica di questo Paese. E pure oggi che, attraverso le parole di un giudice, avremmo potuto raccontare una cosa diversa, abbiamo mancato, annegando in poco più di una breve – alcuni per senso di colpa, altri in ossequio alle fonti a cui tanto devono – la storia del “papello manipolato”. La fregnaccia, direbbe il collega romano.

2 commenti

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  • 02 novembre 2016 12:12

    …un altro dispiacere a Marco Travaglio.
    Scrive la dottoressa Petruzzella (cioè la giudice che ha emesso la sentenza: «accompagnato (Ciancimino, ndr) nel suo luminoso cammino dalla stampa e dal potente mezzo televisivo». Tradotto, possiamo dire che la magistrata di Palermo mette sul banco degli accusati il famoso “circo-mediatico giudiziario”.
    Sarà utile ricordare a questo proposito sia il gran numero di trasmissioni Tv, in particolare quelle di Michele Santoro, nelle quali Ciancimino e il suo papello venivano portati come inoppugnabili prove a carico, a volte di Mannino, a volte di Berlusconi, a volte di Napolitano. E poi la campagna battente dei giornali, che tra l’altro travolse il povero Loris D’Ambrosio, accusato di nefandezze che non aveva commesso e morto d’infarto. A guidare la campagna, lo sapete tutti, fu “Il Fatto Quotidiano” che avrà dedicato alla trattativa stato-mafia (della quale ha sempre proclamato l’esistenza certa) un centinaio di titoli e almeno 50 editoriali

    Nell’edizione di ieri del “Fatto” la notizia che la trattativa era una boiata è data nelle pagine interne. esattamente a pagina 12. Il titolo – diciamo così – è esilarante. Non so se volutamente. Lo trascrivo: «Mannino si rivolse al Ros solo perché aveva paura». Cioè la notizia non è che il papello è falso e l’inchiesta una montatura. La notizia è che Mannino è un tipo pauroso.

    Leggendo queste cose qui vengono in mente tutte le volte che nella discussione sui rapporti tra stampa e Procure, stampa e giustizia, i giornalisti hanno indicato l’autoregolamentazione e l’etica professionale come via maestra. Poi esce la sentenza Mannino, e capisci che con l’etica professionale, di solito, i giornalisti ci si puliscono le scarpe.

    P. S. Il Pm Di Matteo, protagonista assoluto del processo Stato-mafia, recentemente mi ha querelato perché avevo criticato il modo ruvido nel quale lui aveva interrogato De Mita. Mi aspetto che ora quereli anche la sua collega Petruzzella, che è stata assai più aspra di me…

    Da il Dubbio di Piero Sansonetti.

  • 12 novembre 2016 04:20

    Quando la cronaca lascia il posto alla tifoseria…”
    Questo accade oggi a dieci giorni da chi quella sentenza ne aveva già fato spunto per far emergere vecchi rancori e nuovi slogan. Dottoressa Sirignano, lo chiami pure capello, cappello, o come lo definisce Brusca papello, una sola preghiera, non rida, vero o non vero, durante quella “trattativa” ( Il 20 maggio 2016 la Corte di Appello di Firenze ha depositato la motivazione di sentenza per il processo a Tagliavia. La trattativa ci fu. ” ) , operazione di intelligence, dialogo, o semplice baratto, parole usate in udienza dal suo imputato preferito, il quel biennio la gente moriva per davvero, non era una bufala, intere pezzi di autostrade, quartieri e monumenti saltano in aria, tanto sangue di veri innocenti veniva riversato per le strada, un minimo di rispetto da chi da questi processi si aspetta ancora un tantino di chiarezza. Quindi se anche una sola parola tra mille bugie pronunciate da qualsiasi pentito o presunto tale, millantatore ed altro potrà aiutare i giudici ben venga, forse gli stessi avranno sempre un tantino più esperienza di Lei e della Sua collega incavolate per una vacanza interrotta. Pensi che questi giudici con tanta voglia di apparire ed di imbastire processi e solo uso personale in vacanza cona la propria famiglia spesso non possono nemmeno andare, il tutto per le continue minacce scaturitae per aver portato avanti un processo troppo spesso da Lei spesso definito solo come frutto di mera propaganda. Lo stesso Pm che Presidente Mattarella ed il Procuratore Lo Voi ritengono a rischio elevato per sua persona tanto da disporne un trasferimento d’ufficio alla DNA, ebbene. non c’è da ridere Sirignano, mi creda ci sarebbe da piangere. Basterebbe solo mettere da parte le invidie ed le simpatie. Comunque legga, pura cronaca, nessuna trasbordante lamentela per ricordi di vacanze interrotte, preso avere una ennesima “buca “, dovrebbe oramai essersi un tantino abituata, forse con il golf le andrebbe un tantino meglio-

    Per il giudice che ha assolto Calogero Mannino, il “papello” attribuito al boss Salvatore Riina sarebbe solo una “grossolana manipolazione”. La procura di Palermo ribatte e al processo “Trattativa Stato-mafia” chiama a deporre quattro esperti del Servizio centrale della polizia Scientifica di Roma, che davanti alla corte d’assise dicono: “Sulla fotocopia consegnata da Massimo Ciancimino non è stata rilevata alcuna manomissione grafica o merceologica, non sono state evidenziate anomalie o alterazioni”. Rispondendo alle domande del pubblico ministero Nino Di Matteo, gli esperti hanno spiegato che “la carta del documento denominato ‘papello’ risale a un periodo databile fra il 1986 e il 1990, la tecnica della fotocopiatura è quella della fusione a caldo, che riporta al periodo fine anni Ottanta-metà anni Novanta”. Dunque a un’epoca compatibile con il 1992, in quell’anno, hanno sostenuto Ciancimino ma anche altri pentiti, Riina avrebbe scritto “un papello di richieste per fermare le stragi” consegnandolo a uomini delle istituzioni. Secondo Massimo Ciancimino erano gli ufficiali del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, che dopo la strage di Capaci avevano avviato un dialogo riservato con il padre di Ciancimino, l’ex sindaco mafioso di Palermo. Mori e De Donno, imputati nel processo Trattativa, hanno però sempre negato di aver ricevuto quel documento.

    A rispondere alle domande dei pm Di Matteo e Del Bene, nell’aula bunker di Palermo, sono Annamaria Caputo, Sara Falconi, Maria Vincenza Caria e Marco Pagano. “Il papello – hanno spiegato – è scritto da un solo autore, rimasto misterioso. Il processo di fotocopiatura è risultato uniforme al microscopio”. La scrittura del “papello” è stata confrontata con quella di 32 persone, tutti boss o familiari della cerchia di Totò Riina, Bernardo Provenzano e Vito Ciancimino, ma nessuno di loro è risultato l’autore del “papello”. Non è stato possibile confrontare invece la scrittura di Totò Riina.

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