i fatti dopo il ragionamento

In morte di un cane, il mio

di

I giorni dell'addio di Lapo, il bilancio di una vita, quell'ululato che non sentirò mai più e una sensazione strana. Quella di non essere mai stata davvero alla sua altezza Eutanasia Cane | Blog diPalermo.it

Dodici anni fa avevo quasi 28 anni, ero disorientata perché da poco non vivevo più con la mia inseparabile sorella, confondevo i sogni con le illusioni e le certezze con la routine. Dodici anni fa stavo con un ragazzo che i miei amici, valutatane la consistenza, avevano soprannominato “aria” (questo lo seppi dopo la fine della relazione, però) e avevo smesso di cantare ad alta voce e di ballare ogni volta che sentivo una musica che mi prendeva.

Dodici anni fa, quasi per errore, ho incontrato Lapo. Scrivo “per errore” perché non ero alla sua altezza: non lo sono mai stata. Ma lui non me lo ha fatto mai pesare. Era un concentrato di problemi impossibili per me da gestire:  per quella sua iperattività, quella impossibilità di stare in appartamento, quell’ululato straziante da segugio bastardo, difficilissimo da decifrare.

Lo stesso ululato che era la disperazione di Ester e Natalie, le altre due mamme che lo hanno amato come me, negli ultimi otto anni. Nella loro campagna, nella loro casa, Lapo ha potuto sfogare quell’indole ansiosa e confusa ma piena di un amore immenso, verso tutti. Un ululato che mi manca e che non sentirò più.

Sono giorni strani, dilatati, appesi, quelli del congedo. Giorni in cui le lacrime si rapprendono in gola per esplodere senza preavviso. È iniziato di domenica, il congedo: una corsa furiosa nella clinica di turno. Con un veterinario (pure lui di turno) a scrutare i tuoi occhi, ad analizzare le tue domande. Certo, sei nel pallone, molte domande sono senza senso e a capirle, e a capirti, ci sono le altre due mamme di Lapo e Antonella, amica apparsa come un angelo. Il medico tratta il cane con affetto, mentre sembra dirti: la prego, non peggiori la situazione, la sua sofferenza viene percepita dall’animale. A un certo punto te lo dice pure.

I giorni del congedo sono soprattutto tempo. Il tempo di una passeggiata, tu e lui, fronte con fronte, mentre ripercorrete gli anni. Una passeggiata calma, quella mai fatta: Lapo correva, raramente ha camminato. Quanto durerà questa passeggiata: giorni, mesi? Non fai che chiedertelo.  Arriva il momento della decisione: ci siamo tutte. Lapo muore dolcemente, accarezzato delle mani che lo hanno amato.                                                        

Mormoro parole che nemmeno io capisco, ma le nostre anime sì. Credo di stargli dicendo grazie, e scusami se non sono stata alla tua altezza, e vieni a trovarmi, Pilli. E ti prometto che ci rivedremo, appena calerà la nebbia.

8 commenti

Lascia il tuo commento
  • 12 novembre 2016 12:10

    Verrà a trovarti, puoi credermi. Lui vive in te..

  • 12 novembre 2016 12:22

    Alemia, vorrei trovare parole per consolarti, ma penso a quando toccherà a me il tuo dolore di oggi, e capisco che niente e nessuno potrà alleviarlo. Nessuna parola sostituirà mai quegli occhi e quella coda scodinzolante, l’unica cosa che ci servirebbe per essere di nuovo felici.

  • 12 novembre 2016 13:45

    La nebbia non calerà, stai tranquilla «I vostri animali sono attesi dalla vita eterna. Anche dopo la morte li incontrerete ancora».

  • 12 novembre 2016 19:09

    Sono passati 14 anni.
    La mia bellissima “spinona”, bianca arancio, intelligentissima ed affettuosissima; mi capiva con un solo colpo di tosse.
    Anche io piansi come un bambino quel giorno in cui dovemmo “addormentala per sempre” a causa di una terribile malattia.
    Lei lo capì subito che qualche cosa non andava quel giorno….il veterinario arrivò e preparò la siringa.
    Io mi avvicinai alla sua poltroncina rosa, l’abbracciai quasi a soffocarla.
    Non passa giorno che non le dedico un pensiero.

  • 12 novembre 2016 19:21

    Ogni volta che leggo queste cose, che immancabilmente quando mi capitano davanti, in prima battuta scarto subito per non piangere, ma poi va a finire che le leggo lo stesso e piango, mi si stringe il cuore. Abbiamo anche noi un “figlio peloso” che fa parte della nostra famiglia da ormai 9 anni. Non lo volevamo, anzi, non lo volevo, perchè sapevo benissimo che sarebbe stato come comprare un futuro terribile dolore. Poco fa dopo avere letto di Lapo, me lo sono andato ad abbracciare il mio peloso e lui mi ha guardato come per dirmi: “Ma che hai? Perchè mi stai stringendo così forte? Che ti succede?” Niente, gli ho risposto mentalmente, tutto a posto, non è successo niente. Si è riaccucciato sul divano con la testa sul cuscino, ritornando a “guardare” la Tv. Ogni tanto alza la testa e mi guarda mentre scrivo queste 4 parole al computer, come per dirmi con gli occhi: “Scusa ma invece di stare tutto solo davanti a quello schermo perchè non vieni sul divano ad accarezzarmi la testa come fai sempre?” Arrivo!

  • 13 novembre 2016 09:26

    Vivo dal 3 novembre il tuo medesimo straziante dolore…Dal veterinario per la terapia contro un maledetto calcolo e l’arresto cardiocircolatorio inaspettato. Voglio ringraziare lo staff della clinica di Monsummano per la totale assenza di professionalità, per avermi fatto pagare una montagna di esami che non mi hanno mai consegnato, per aver prescritto una terapia inutile e dannosa per la mia piccina e per non avere avuto la professionalità di dire: prepariamo il cane e tra un mese operiamo. Stessa cosa dicasi per la clinica Gransasso di Milano:”di calcoli non si muore”….

  • 14 novembre 2016 09:14

    bellissima pagina, scrittura magistrale, compimenti ad Alessia Franco, il pezzo è meraviglioso, ed anche il tuo tenerissimo cuore, scrivi sempre cosi, col cuore, diventerai immensa.

  • 14 novembre 2016 10:20

    Avevo circa dieci anni, vivevo ancora in paese. Una casa in periferia. Stella aveva contratto la rabbia, doveva essere abbattutta. Mio padre riuscì a legarla alla staccionata dell’orto, una corda corta, molto corta. Ringhiava e si dibatteva, disperata, la bocca invasa dalla bava, come una schiuma…. Mio padre immobile col fucile puntato addosso a lei, per un tempo lunghissimo. Noi dietro lui ad aspettare il botto, che non arrivava, non arrivò fino a che un mio zio non gli tolse il fucile dalle mani e fece fuoco. Mio padre si voltò e vidi, per la prima volta, il suo viso solcato dalle lacrime.

Lascia un commento