i fatti dopo il ragionamento

Ma chi, Arnone?

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Il clamoroso arresto dell'avvocato/ambientalista, massimo pontificatore sul malaffare, l'antimafia come sistema di vita e la vera antimafia. Quella di chi lavora ogni giorno in silenzio e rispettando la legge. Lasciando ad altri la schiuma, la speculazione, il business Arnone 1 | Blog diPalermo.it

Ma chi, Giuseppe Arnone? Sei sicuro? L’ex leader di Legambiente e sceriffo di Agrigento arrestato in flagranza per estorsione? Proprio così. Noi agrigentini trapiantati a Palermo, Arnone lo conosciamo eccome. Da decenni pontifica sul malaffare della città dei Templi, sulla corruzione dilagante al Comune, alla Provincia, sull’abusivismo. Magari riuscirà a provare la sua innocenza, anche se le prove contro di lui sembrano solide. Vedremo, ma sicuramente Arnone del professionismo antimafia ha fatto una missione e in ragione di questo pensava che l’ingresso in politica gli fosse dovuto. Quanti paladini dell’antimafia negli ultimi anni.

Nel novembre del 1992 chissà quante volte mi avrete visto, passando per le vie di Palermo, vestito da paracadutista insieme a tanti altri militari impegnati nell’operazione Vespri Siciliani: sorvegliavo i cosiddetti obiettivi sensibili – così venivano indicate le abitazioni di politici, magistrati che all’indomani delle stragi di Capaci e di via D’Amelio si temeva potessero essere prese di mira da Cosa Costra nella sua escalation di violenza.

Faccio mente locale per dare una data di nascita al mio disprezzo culturale nei confronti di quello che viene definito appunto il professionismo antimafia e che negli anni si è evoluto nelle forme deprecabili che oggi tutti noi conosciamo, tra cui la cosiddetta antimafia degli affari (espressione coniata da un mio carissimo amico nel gennaio del 2010 in un’intervista a Livesicilia). Era una mattina di novembre, e dalla sua abitazione di viale Strasburgo che presidiavamo scese Pietro Grasso, ieri magistrato tra i più impegnati nella lotta alla mafia e oggi presidente del Senato. Si fermò a salutarci, in tutta fretta. Volle conoscerci e stringerci la mano.

Un mio collega del Nord gli chiese cosa si poteva fare per sconfiggere veramente la mafia. Lui rispose: sarebbe sufficiente che ognuno facesse onestamente il proprio dovere. Era la scuola di Giovanni Falcone, per il quale “affinché una società vada bene, si muova nel progresso, nell’esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell’amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un futuro migliore, basta che ognuno faccia il proprio dovere”.

Semplice no? No. Perché non aveva fatto i conti con i parassiti dell’antimafia. Nei mesi e negli anni che seguirono, infatti, alla retorica tout court della lotta alla mafia, quella parolaia e di maniera, se ne affiancò una più raffinata e lungimirante, più pervasiva e perniciosa, che prometteva laute ricompense a chi se ne fosse fatto fedele interprete: il professionismo antimafia elevato a sistema di vita, ossia l’attività antimafiosa come mestiere. Figlio della cultura del sospetto, consisteva nel recitare la parte del vero nemico di Cosa Nostra ogni giorno, tutti i giorni della settimana, in pensieri, parole, opere e omissioni. In questo modo ci si attribuiva una patente buona per tutte le carriere: politica, sindacale, forense, di magistrato, imprenditoriale.

E, una volta che la patente che ci si era rilasciati veniva convalidata dagli altri patentati, guai a chi avesse osato attaccare il conducente, libero di percorrere le corsie preferenziali del malaffare e le scorciatoie elettorali e degli appalti. Chi lo avesse fatto, sarebbe stato accusato di mafia, per il semplice fatto di avere oltraggiato l’icona. O con me o sei mafioso.

Quante carriere politiche e imprenditoriali abbiamo visto nascere sul nulla, quanti falsi e ipocriti profeti si sono sporcati del sangue delle vittime di mafia per un vile e personale guadagno. Quanti ignobili figuri hanno indicato rivoluzioni ignoranti, orizzonti di liberazione. Quanti loschi personaggi e mezze calzette della politica si sono fatte recapitare a casa teste di capretto dal macellaio di fiducia, lettere anonime sgrammaticate, proiettili e crisantemi pur di aggiornare e rinverdire il proprio curriculum. E il pensiero va a quel crudele assassino e boss mafioso Luciano Liggio. “Esiste la mafia?”, gli chiesero. E lui: “Se esiste l’antimafia…”. Certo che esiste la mafia, come esiste la vera antimafia: sono i professori onesti e scrupolosi, i magistrati che applicano la legge e non sputano sullo Stato che dovrebbero rappresentare, gli autisti di pullman, i barbieri, gli impiegati, gli idraulici e i meccanici onesti. Perché la vera lotta alla mafia la si fa comportandosi onestamente, rispettando la legge, facendo il proprio dovere. Il resto è schiuma, speculazione, business.

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