i fatti dopo il ragionamento

Il grande chef e i siciliani

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Le critiche di Bottura sulla pigrizia e la scarsa propensione al marketing degli operatori enogastronomici, le offese fuori luogo e i master universitari per restare al passo. E non tornare ai tempi dei surgelati e delle scatolette Bottura | Blog diPalermo.it

Hanno suscitato un certo turbamento le dichiarazioni di Massimo Bottura, l’altro giorno a Palermo, circa l’incapacità dei locali operatori di enogastronomia – produttori, vinaioli, ristoratori, cuochi, aziende varie – nel comunicare la pur ottima qualità dei loro beni e dei loro servizi. Bottura, per chi non lo ricordasse, è fra gli chef dell’empireo italiano e internazionale, alcune classifiche lo considerano addirittura il primo nel pianeta.

Così, cucina da dio, e ragiona parecchio su quel che fa non solo ai fornelli, ma girando il mondo a conoscere realtà gastronomiche altre e a discutere serissimamente con i loro protagonisti. Ha fatto clamore, per esempio, il fatto che l’anno scorso a Milano, durante Expo, piuttosto che pavoneggiarsi dinnanzi alle telecamere ha preferito lavorare sugli avanzi della fiera per gli homeless della città. Insomma, uno che se la tira, e ne ha ben donde. Come dire che il suo parere conta, al di là delle palesi pose stereotipe dell’Uomo del Nord che spiega all’Uomo del Sud quant’è necessario Lavorare Sodo.

“Siete pigri”, sembra abbia detto nella medesima occasione, dimentico del fatto che, come sappiamo da Lampedusa (inteso come principe di), il peggior peccato in Sicilia è quello di fare, e si cessa d’esser lagnusi solo quando si intercetta qualcuno che, uscito pazzo, decide invece di rimboccarsi le macchine.

Stereotipi a parte, la questione della comunicazione del comparto enogastronomico siciliano è tutt’altro che secondaria. Trattandosi di uno dei pochi settori economici che nell’Isola funziona, attirando consumatori e turisti di mezzo mondo, colpisce che si sia fatto molto poco, e molto male, sul versante delle strategie comunicative atte a far conoscere tale settore e le sue eccellenze, a promuoverle in lungo e in largo, a puntellare quel successo con gli adeguati strumenti mediatici e postmediatici che possano farlo durare il più a lungo possibile, se non addirittura potenziarlo. Non si campa sugli allori: refrain che i nostri numerosi attori dell’enogastronomia – agitatissimi, iperpresenzialisti e assai litigiosi – sembrano troppo spesso dimenticare, mascherando da patetico snobismo quel che spesso è semmai (e Bottura ha dunque perfettamente ragione) una palese incapacità di fondo.

Per cercare di colmare questa lacuna, anni fa con alcuni amici e colleghi avevamo montato in Università di Palermo un Master sulla cultura e la comunicazione del gusto, cioè del cibo e del vino, a partire dall’idea che un buon comunicatore del settore deve anche averne contezza storica e antropologica, linguistica e semiotica: e cioè che far pubblicità di un itinerario gastronomico o gestire il sito internet di un’azienda vinicola non è come promuovere pannoloni o automobili. Ragionando anche sul fatto che il cibo non è solo quel che viene prodotto nel comparto agroalimentare ma anche e soprattutto, scusate l’ovvietà, quel che viene poi cucinato. La società nasce quando si passa dal crudo al cotto.

Bisogna farsene una ragione. La cosa ha avuto un certo seguito, e molti diplomati al Master sono stati assorbiti dal mercato, pubblico come privato. Probabilmente ripeteremo l’esperimento, cercando magari di farlo diventare una realtà istituzionalmente più stabile.  

Quel che rende, è il caso di dirlo, il boccone amaro è che, al tempo stesso, Massimo Bottura sembra aver torto. Per il semplice motivo che questo genere di mancanze, se non di paradossi, non è un fenomeno soltanto siciliano ma riguarda, a macchia di leopardo, praticamente l’intero Paese. A fronte dell’attuale straordinario successo sociale e mediatico del cibo, di quella che ci piace chiamare gastromania, di cui Expo è stata solo l’ultima testimonianza in ordine di tempo, l’impegno sul fronte della comunicazione e del marketing è stato – ed è – spaventosamente esiguo.

Di Oscar Farinetti, per non fare nomi, se ne vedono pochissimi in giro. Tutti ingenuamente credono che si continuerà a vendere vino e formaggi ai russi e ai cinesi vita natural durante, o che i turisti arriveranno a frotte in Italia per ingozzarsi di chianina o di tartufo bianco per l’eternità. E che la comunicazione dunque non è necessaria. Ingenuamente, appunto, dato che la gastromania è già in fase calante, e che a parte qualche sparuto cuoco che ancora si agita in televisione, il pubblico dei media s’è già stancato di sentir parlare di cuochi stellati e verticali di champagne, osterie lente e assaggini di massa.

Mai come adesso, pertanto, serve un lavoro strategico sulla comunicazione enogastronomica: un lavoro serio e competente, che sappia guardare lontano, nel tempo e nello spazio. Altrimenti torneremo ai surgelati e alle scatolette, alle merendine e allo junk food – i quali, dal canto loro, adeguatamente foraggiati da pubblicità iperraffinate, non hanno mai dato segno di cedimento. Nel frattempo, che dire? Una volta tanto non siamo soli al fondo della classifica: siamo ultimi pari merito. Ci consolerà?

3 commenti

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  • 23 novembre 2016 11:17

    Bottura è ipervalutato e non è neppure Simpatico.

  • 23 novembre 2016 11:23

    Ma precisamente quand’è che i cuochi sono diventati dei maitre a penser?

  • 24 novembre 2016 08:09

    “Rimboccarsi le macchine” è bellissima.

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