i fatti dopo il ragionamento

La fame atavica del palermitano

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La mia avventura tra le strade dello Street Food Festival, la fila di gente per accaparrarsi il panino con la milza e il nostro modo, molto particolare, per esorcizzare la morte. E celebrare la vita Street.food  | Blog diPalermo.it

L’altra sera passeggiavo, in questo dicembre ancora mite senza freddo. Via Roma un tappeto di gente, per camminare dovevi fare gincana. C’era lo Street Food Festival e orde di palermitani e no si riversano a fare la fila (giuro, non è fantascienza!) per prendere il ticket e poi rifare la fila per cazzilli, panelle, polpo, sfincione, mieusa ed anche enpanada, felafel, kebab. Negozi aperti, musica dal vivo, non ci può nemmeno il vento dal mare che improvvisamente ha preso a soffiare freddo sul nostro imperituro autunno. Più in là a Palazzo Asmundo due o tre fedelissimi del libro curiosano tra gli espositori del Jungle books, festa del libro e delle piccole case editrici.

Non c’è confronto. A piazza Pretoria un ballo in costume aperto ai curiosi e la Fontana “delle vergogne” ricoperta di luci a ritmo della musica che viene dal Palazzo di città. Non c’è che dire, Palermo è viva e a dispetto dei “nemici ra cuntintizza” e degli strenui oppositori di isole pedonali e Ztl risorge liberata dal caos delle macchine e si dona a chi vuole passeggiare tra le sue vie: via Maqueda e non solo, vicoli e stradine antiche con le luci, isole pedonali e villaggi dell’artigianato a go-go.

Ma chi fa la parte del leone è sempre lui, il cibo. C’è una sorta di atavica fame forse. Oppure il palermitano è rimasto orfano per sempre della Fiera del mediterraneo. Già, la fiera. Migliaia di persone che una volta l’anno per quindici giorni visitavano improbabili padiglioni internazionali, compravano camerette in truciolato a “prezzo fiera”, ma soprattutto affollavano il villaggio gastronomico ed il luna park. Non c’erano paninerie all’epoca ed io stessa per mangiare il mitico hot dog (malata di Usa fin dall’infanzia) dovevo aspettare fine maggio.

Il palermitano ha adorato sempre il villaggio gastronomico della fiera e tutt’oggi appena vede qualcosa che gli somiglia la prende d’assalto. Che senso avrebbe mettersi in fila ed aspettare per il panino con la milza che puoi mangiare tranquillamente ogni giorno? O forse nel Dna c’è ancora la guerra e il dopo guerra ed ingozzarci è solo un modo per dimenticare che siamo un popolo che ha avuto tanta fame. Diversi anni fa, durante l’ultima scossa di terremoto che interessò Palermo, in un settembre caldissimo, un’amica trasferitasi da pochissimo da Roma mi raccontò con curiosità e stupore che nel suo palazzo, dopo la scossa, erano saliti tutti nel suo appartamento per aiutarla e rassicurarla ed avevano cominciato a portare cibo ed ognuno portava qualcosa e non finiva mai. Sperimentò così da subito le caratteristiche principali del palermitano: l’accoglienza e la solidarietà e la “manciunaria”. Sembrava una festa e lo era, perché noi esorcizziamo la morte con il cibo.

A questo pensavo mentre girovagavo in mezzo alla folla tra odori di frittura e panelle e cazzilli e arancine e frittura a di paranza e verdura in pastella ed ogni ben di Dio. Con buona pace delle diete, degli olii cancerogeni e delle bacche di goji. Il palermitano vuole morire così. “Ca panza china”. Felice.

1 commenti

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  • 21 dicembre 2016 19:06

    complimenti da me e dal.muo compagno

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