i fatti dopo il ragionamento

Quelle storie dimenticate

di

Le aggressioni ai medici figlie di una subcultura dura a morire e il dovere istituzionale di raccontare le storie di chi ha sofferto e ce l'ha fatta. Grazie proprio a quei medici Medico | Blog diPalermo.it

Proviamo a cambiare prospettiva sulle aggressioni negli ospedali palermitani.

Sono condivisibili le analisi delle possibili cause – disfunzioni e vuoti organizzativi , credo però che bisognerebbe ripartire anche dalla ricostruzione del rapporto di fiducia tra i pazienti, i medici e il personale ospedaliero. E per farlo bisogna raccontare l’ospedale per quello che è: un luogo di umanità dove andiamo per curarci.

È aberrante pensare che gli energumeni aggressori covino un odio “genetico”, come se i padri lo tramandassero ai figli: la loro aggressività si scatena per la certezza che, negli ospedali, i medici vogliano ammazzarli invece che curarli. Non può essere solo il contesto di arretratezza culturale a generare violenza, è qualcosa di più, è qualcosa che si è guastato dentro le teste. Manca la fiducia e manca l’affidamento. Dilaga il sospetto di essere rimasti indietro, di essere sopraffatti e schiacciati da un sistema che, per definizione, è contro.

Così il medico, l’infermiere, diventano i rappresentanti di quel sistema, i simboli dell’odio di un cerchio dal quale ci si sente esclusi. L’ospedale va invece raccontato per quello che è: un luogo dove lavorano professionisti che spesso, molto spesso, sono anche ottime persone. La fiducia si ricostituisce raccontando tutto quello che di buono c’è negli ospedali, il lavoro quotidiano e anonimo di chi sostiene e salva le vite turno dopo turno, e inventa soluzioni per aiutare.

Ci vuole tempo per rinsaldare la fiducia, certo. Spendiamolo nella comunicazione: quella istituzionale in Sicilia è stata quasi azzerata. Ricorriamo meno a diagrammi e flussi per descrivere le buone pratiche e torniamo alle storie. È provato che aumenti il consenso alle donazioni degli organi tra coloro che ne comprendono il valore perché conoscono le storie dei pazienti trapiantati e delle loro famiglie. Raccontiamo la vita delle persone invece di parlare di ciò che non c’è, se non in aridi progetti sulle carte delle scrivanie.

3 commenti

Lascia il tuo commento
  • 05 febbraio 2017 09:05

    Dopo un giorno, zero commenti su un articolo come questo. Da medico ospedaliero sono perplesso, oltre che preoccupato.
    .
    Una sola, piccola considerazione: forse se altri medici fossero più presenti e se i servizi territoriali funzionassero meglio gli ospedali non sarebbero l’inferno che sono diventati. Per chi ci va una volta ogni tanto, ma anche per chi ci va per portare il pane a casa.

  • 05 febbraio 2017 15:06

    Gentilissima,
    raramente ho letto commenti più sensati del suo a questo argomento.
    E’ vero, lavoro in sanità, proprio dove è stato sferrato l’ultimo pugno e potrei sembrare di parte, ma mi creda lei ha descritto, con estrema semplicità, la sacrosanta verità.
    E’ nel suo pensiero che ci rispecchiamo noi operatori sanitari e in nessun altro.
    Saluti.
    ar

  • 05 febbraio 2017 16:17

    Grazie per le sue parole e per la testimonianza. Buon lavoro.

Lascia un commento