i fatti dopo il ragionamento

Antonello, che era una persona buona

di

Il suicidio di un mio amico poliziotto, un vecchio film che rivedo spesso come fosse un manuale di istruzioni e quello stress che ti porti dentro. E che aspetta solo di esplodere. A meno che... Suicidio | Blog diPalermo.it

Sono passati undici anni da quando, in un pomeriggio noioso e senza stimoli, decisi di andare a vedere un film dal titolo Le vite degli altri. Non avevo nemmeno letto la recensione, una cosa che praticamente non faccio mai. Mi sedetti con la precisa intenzione di annoiarmi fino a sfinirmi, come a volermi infliggere una sorta di punizione corporale e spirituale per alleggerire certi pensieri che in quegli anni mi attanagliavano.

Il film, fin dall’inizio, non prometteva nulla di buono. Girava e rigirava noiosamente intorno ad alcuni artisti della Ddr (l’ex Germania comunista) e ad un ufficiale della Stasi, la tristemente famosa polizia segreta tedesca. Le immagini, proprio come la mia vita in quel periodo, scorrevano fredde e prive colore.

Poi, invece, in un crescendo di emozioni e di sentimenti, quel film cominciò a piacermi, e soprattutto entrai in empatia con quel cinico ufficiale della polizia segreta tedesca che pian piano, grazie a quegli artisti da lui spiati, cominciava ad imparare quei rudimenti dell’amore che fino a poco prima aveva ignorato.

In quel freddo esecutore di ordini che cominciava a volgere altrove i suoi pensieri iniziavo a rivedermi. Tra un fotogramma e l’altro pensavo alla mia vita professionale trascorsa nell’eseguire ordini anche quando non mi piaceva e quando il mio cuore avrebbe voluto che non lo facessi. Dedito come lui a mantenere fede ad un giuramento sempre più stretto, sentendo però stridere fragorosamente l’uomo che mi vive dentro.

Non so quante volte l’ho rivisto quel film. Senza ossessione, per carità, ma di tanto in tanto mi capita di volerlo rivedere, un po’ come potrei fare con un manuale delle istruzioni per continuare a fare al meglio il mio lavoro, quel lavoro che in 29 anni si è portato via molto di me, tenendomi spesso lontano dalle persone che amo. Un lavoro che economicamente mi dà poco, molto poco, e le cui soddisfazioni provengono quasi sempre in modo improvviso, inatteso, da chi meno te l’aspetti.

Gli anni più belli della mia vita passati con il cuore in gola, pensando ad ogni sussulto “adesso tocca a me”. Perché dentro le nostre uniformi ci sono cuori che pulsano e pompano sangue al cervello. Tante volte mi impongo di non mescolare la mia vita al lavoro, però senza riuscirvi, perché il mio lavoro è la mia vita.

Qualche tempo fa mi capitò tra le mani fa un piccolo libro, Burn out, secondo cui lo stress accumulato dai poliziotti può essere foriero di guai (anche penali) perché non tutti siamo capaci di esternare o metabolizzare l’accumulo emotivo. Spesso ne sono vittime bravi ragazzi incapaci di fare del male ad una mosca. Più buoni si è, più si accumula dentro tutto quel fuoco e più si accumula più le pareti del tunnel si inspessiscono portandoti al punto di non trovare la forza di parlarne con nessuno. Parlarne con chi, poi? In un’amministrazione come la mia se ti azzardi ad accennare anche lontanamente a cosa ti passa per la testa sei fottuto. La prima cosa che fanno è toglierti pistola e tesserino anche quando, magari, ti basterebbe una chiaccherata, di quelle buone, con chi saprebbe ascoltarti.

In pochi trovano quel coraggio necessario di affidarsi a chi saprebbe ascoltarti. Altri rimangono in silenzio a vivere la loro vita di sempre. Custodi di mille pensieri che andrebbero invece rivolti ad orecchie sapienti. Pensieri che il più delle volte potremmo giudicare superabili ma che per chi li prova hanno il peso di montagne. Un peso che non tutte le spalle hanno la forza di reggere. Questo fino al punto in cui la forza ti viene meno e prendi la più drastica delle decisioni.

Io non riesco a immaginare quale peso opprimesse il mio amico Antonello. Non riesco proprio. Lo incontravo spesso in ufficio ed era sorridente come sempre. Ci incontravamo spesso per condividere il nostro hobby dell’aeromodellismo sui vari campi di volo della zona ed era sempre il solito Superpippo (così lo chiamavamo per la sua statura e quel suo modo simpatico di camminare ciondolando) di sempre. Sorridente ed affettuoso, seguiva suo figlio a cui non risparmiava attenzioni e che come lui cresce buon pilota. Per me Antonello era l’immagine dell’allegria e se fingeva lo faceva così bene da meritarsi l’Oscar. Soprattutto Antonello era una persona buona.

Cosa ci è sfuggito di lui? Cosa lo ha spinto ad impugnare la sua arma d’ordinanza e farla finita? Ma soprattutto, perché non ha trovato il coraggio di parlarne? E se fossimo stati dotati di un servizio psicologico meno “burocratico” Antonello ce l’avrebbe fatta a salvarsi? Quanti colleghi mi toccherà ancora vedere andare via così?

Mi girano dentro queste domande come in una tempesta di grandine, e mi accorgo solo adesso che se riesco a tirare fuori tutto questo, tutto quello che avete letto fin qui, è soprattutto grazie alla mia amica psicologa che tempo fa ha saputo spiegarmi perché vale sempre la pena non arrendersi mai alle brutture e alle ingiustizie, nonostante le debolezze della vita, nonostante le debolezze di noi tutti.

1 commenti

Lascia il tuo commento
  • 14 febbraio 2017 10:23

    Bravo Rosario. ?

Lascia un commento