i fatti dopo il ragionamento

Lo sentite il suono delle palme?

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La stupida polemica sull'islamizzazione di Milano, il sospetto verso ciò che non conosciamo e la contaminazione come presupposto della libertà. Cari milanesi, rilassatevi. Perché la storia non vi aspetta Palme Duomo Milano | Blog diPalermo.it

Le palme hanno un suono. E non è quello dell’islamizzazione che forse qualcuno si aspetta nella capitale finanziaria del Paese, dove l’amministrazione ha deciso di fare radicare alcuni esemplari nella piazza antistante il Duomo, destando nei milanesi preoccupazione e smarrimento. Il suono delle palme è quello del vento che tocca una lunga foglia frastagliata e si trasforma in nota, una musica che non sta in alcuna discografia nordeuropea ma è un classico che va forte nei pensieri di chi immagina il sud, le isole tropicali e l’oceano.

Sì l’oceano di uomini che hanno portato a noi siciliani la prima melanzana dall’India, il pomodoro dal Perù, i fichi d’india e l’agave dall’America e gli agrumi dall’Estremo Oriente. O quell’oceano che ci separa dai muri di Trump. Immagino la reazione di un palermitano o di un siciliano davanti all’innesto di un baobab al Foro italico, come all’inaugurazione della prima moschea in città, o quando nell’800 si decise di creare in un’arteria della città un giardino all’inglese e con piante tropicali: semplicemente nessuna. Perché nessun popolo europeo più del nostro, vale la pena dirlo senza autocelebrazioni, ha fatto propria l’idea che non c’è alcuna vocazione di un gruppo umano in funzione del territorio e che l’innesto di qualcosa di “diverso” è frutto di uno scambio e diventa “proprio”, che la contaminazione è una conseguenza dell’esercizio della libertà.

Mi piace pensare che forse Milano, città che ha sdoganato da tempo la sua immagine austera e di chiusura al dialogo, abbia messo in atto una best practice tutta sicula su cui si appoggia, trovandovi un enorme sostegno in questo momento della storia, la blanda politica migratoria europea (nessuno pensa a cosa sarebbe accaduto se la Sicilia avesse solo pensato di respingere i flussi migratori). Per questo la prossima volta che andrò a Milano mi siederò su un gradino con le spalle alla cattedrale e starò lì ad ammirare l’oceano, pensando ai sessanta milioni di persone che nel mondo non hanno una casa, ma se vogliono hanno tutti una palma da abbracciare. E da ascoltare.

1 commenti

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  • 22 febbraio 2017 00:05

    “Il 20 maggio, Milano sarà il teatro di una grande manifestazione, lanciata dal Comune, sul modello di quella che ha animato sabato le vie di Barcellona, con 160mila partecipanti, primo grande corteo europeo in favore dei rifugiati. Il mio sogno è riuscire a portare in piazza il richiedente asilo e il ragazzo cinese che fa impresa. Come il cittadino milanese che costruisce ponti e non muri. Penso a una marcia per ribadire il valore della società aperta, la città dei diritti dei cittadini di seconda generazione e chiedere al governo di essere conseguente con i principi della Costituzione. Comunque ne parleremo al Forum delle Politiche sociali che inizia giovedì al teatro Elfo Puccini e che per una settimana invaderà la città con questi temi.
    “Siamo stati lasciati soli a gestire un’emergenza con numeri eccezionali. Abbiamo dato da dormire a 120mila transitanti e a 3600 richiedenti asilo a notte, ogni estate”.
    Questo è uno stralcio dell’intervista all’assessore alle Politiche sociali del Comune di Milano, Pierfrancesco Majorino, pubblicata ieri su milano.repubblica.it
    C’è da essere certi che se non saranno 160 mila i milanesi in piazza saranno comunque moltissimi. Questo commento solo per sottolineare che l’accoglienza è una realtà complessa. Che, dati i numeri, non potevamo fare tutto da soli. Che a pubblici amministratori e politici può capitare (nientedimeno!) d’essere migliori di gran parte dei loro concittadini.

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