i fatti dopo il ragionamento

Collega, quanto vale il tuo scoop?

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Le immagini del clochard sul web e quel dovere/diritto di cronaca che deve avere un confine invalicabile. Deciso dalla nostra coscienza. E dalla nostra cultura Giornali2 | Blog diPalermo.it

Quanto vale uno scoop? Cosa si è disposti a fare, cosa si è pronti a sacrificare per arrivare prima degli altri, per avere una notizia o un particolare in più della concorrenza? Chiunque faccia il mestiere di giornalista, non serve certo essere Bob Woodward, se lo sarà chiesto almeno una volta nella sua vita professionale.

C’è chi sostiene che in nome del diritto-dovere di cronaca si possa tutto, che non esistano limiti perché il lettore deve sapere. Sempre. Tutto. A ogni costo. E pazienza se si mandano in malora indagini, se si stritolano le persone, se si fa del male, se in mezzo ci sono minori a cui si può rovinare l’esistenza. I “puristi” della professione tirano dritto, incuranti di chi e cosa resti sotto le ruote dell’informazione, un caterpillar che può e deve passare sopra tutto.

In quest’ottica mettere in rete il video di un uomo che muore bruciato tra sofferenze atroci e passare in tv le immagini del suo assassino diventa doveroso. È uno sporco lavoro, ma qualcuno deve farlo, perché la realtà va raccontata senza filtri, senza mediazioni, quando invece il nostro compito è proprio mediare: essere gli occhi e le orecchie di chi ci legge, di chi ci ascolta. Fare da tramite nel modo più onesto possibile tra i fatti e chi li vive solo indirettamente, attraverso di noi.

Ecco, io credo che, spesso, quelli del giornalismo a ogni costo richiamandosi al diritto di cronaca tentino solo di nobilitare ambizione, mancanza di scrupoli spesso figlia di una totale assenza di cultura, desiderio di emergere per lasciarsi alle spalle la palude del precariato. Sempre più di frequente, cioè, mi accorgo che informare è l’ultimo degli obiettivi di chi fa il mio mestiere. E che in ballo c’è solo il desiderio di avere due righe di verbale in più, di dare il buco al collega dell’altra testata, in una guerra tra pochi di cui il lettore è totalmente ignaro. Sul terreno di questa competizione insana, però, capita che restino morti e feriti.

Penso al povero clochard e ai suoi familiari, di cui abbiamo violato tutto. Senza alcuna compassione, senza alcun pudore neppure davanti alla morte. Mi si dice che le immagini servivano a far comprendere l’orrore del fatto: balle anche queste. Noi abbiamo, o dovremmo avere, se fossimo mediamente alfabetizzati, uno strumento unico per far cogliere, a chi ci legge, quel che accade in tutte le sue sfumature: la parola. La parola, mi ha insegnato un collega, può tutto. Si può scrivere tutto, basta scegliere le parole giuste. Con le parole si possono descrivere compiutamente il male, il degrado, l’abiezione, la tragicità, l’insensatezza di certi gesti e la follia senza calpestare, però, la dignità dell’uomo. E con i filtri e le cautele che le immagini, per loro natura, non possono avere.

Il primato della parola vale sempre. Anche nella storia del clochard. Forse, però, raccontare è più impegnativo, scegliere i termini giusti, dosare virgole e incisi, mediare, è più difficile che sbattere in Rete il video fregandosene che, ad esempio, possa guardarlo un bambino. O che uno dei tanti decerebrati che popolano internet e non solo possa essere tentato dall’emularlo.

C’è poi un altro aspetto su cui secondo me il giornalista dovrebbe interrogarsi. È più importante che il cittadino sappia tutto e subito, anche quando questo può mandare al diavolo il lavoro degli investigatori, o abbiamo il dovere di fermarci, aspettare due ore, due giorni, due mesi, se è necessario, per consentire a chi fa un lavoro fondamentale quanto il nostro di scoprire la verità? Io penso che il diritto di informare, in certe occasioni, debba essere “sacrificato”, che lo scoop non valga il pericolo di un assassino che scappa. Penso che di limiti ne abbiamo eccome. E pure di responsabilità. Anche se, è inutile nascondercelo, la rinuncia a uno scoop avrà solo il plauso della nostra coscienza.

8 commenti

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  • 13 marzo 2017 08:16

    L’articolo sarebbe perfetto se non portasse in calce (anzi all’inizio) quella firma. L’ottima Lara ha la memoria corta…e dimentica di quando scrisse per prima ciò che sapevano tutti i suoi colleghi circa il pentimento di una donna, mettendo a repentaglio la vita di questa e dei suoi familiari, costretti a cambiare nottetempo dimora.
    Evidentemente quanto scritto vale solo per gli altri giornalisti.

  • 13 marzo 2017 09:10

    Quello mandato in rete, non è affatto “il video di un uomo bruciato tra sofferenze atroci”.
    Ennio Tinaglia

  • 13 marzo 2017 09:39

    Falso pudore, con quello che passa in rete. Forse i bambini andrebbero seguiti e controllati a prescindere, e poi dove li trovi i giornalisti che sanno ancora scrivere? Tranne qualche eccezione naturalmente.

  • 13 marzo 2017 10:50

    Ma l’autrice ha mai fatto un “giretto” su youtube?

  • 13 marzo 2017 10:58

    Non è il video di un uomo morto fra sofferenze atroci. È il video di un uomo incappucciato che versa un secchio di benzina sul giaciglio di un uomo (che non si vede); poi si vede una gran vampata di luce e l’uomo incappucciato che fugge. Sulla liceità della pubblicazione si può discutere; ma la vittima non si vede mai (per fortuna), e il filmato è utile per capire l’intenzionalità del gesto.

  • 13 marzo 2017 14:59

    Mi accodo e condivido quanto scritto da Pinuccia. Inoltre vorrei dire alla signora Lara che trovo vergognoso attaccare in questo modo una collega, bell’animo solidale! Sicuramente lei é una persona colta, molto colta… e tanto tanto furba da sfruttare “il cosiddetto errore della collega” per farsi pubblicità e far parlare di se. Se per lei conta il plauso della propria coscienza anziché mettere in atto questa sceneggiata, dato l’errore della sua categoria, poteva alzarsi dalla sua poltroncina e portare una parola di solidarietá e conforto ai protagonisti della triste vicenda. Il fatto di definire palude il precariato mi fa pensare che lei é una SFORTUNATA che non lo conosce, altrimenti saprebbe che é una forma di apprendistato che ti dà esperienza sul campo, cultura e professionalitá. Infine se il video rischia di essere visto da bambini ma i genitori dove sono?

  • 13 marzo 2017 15:43

    Signora Ubaldini, mi pare che l’articolo di Lara Sirignano, bene argomentato a prescindere dalle nostre posizioni sulla vicenda, non meritino il livore che traspare dal suo commento.

  • 13 marzo 2017 21:10

    La vicenda della pubblicazione del filmato dell’assassinio di Marcello Cimino va discussa senza pregiudizi ed evitando difese corporative. Perché discuterne fa bene a tutti. Dal mio punto di vista, la diffusione di quelle immagini è stata un errore, prima di tutto perché ha rischiato di danneggiare le indagini. Ci si sarebbe dovuti interrogare se agendo in quel modo non si rischiava di aiutare quel criminale che, informato che gli inquirenti sapevano che si era ustionato, si sarebbe guardato bene dall’andare in un ospedale o anche semplicemente in farmacia per curarsi le bruciature. Ma ci sono anche altre considerazioni da fare. Quando si è discusso se era giusto far vedere immagini così crudeli (vedo che ad alcuni non sono bastate per giudicarle tali, ma per me sono state un pugno nello stomaco), mi sono venute alla mente fotografie e riprese più raccapriccianti e che tuttavia ho ritenuto giusto che fossero viste. La condanna della Shoah sarebbe stata così netta da parte di tutti noi se non avessimo visto i sopravvissuti inscheletriti e i cadaveri ammassati senza nessuna pietà umana? Credo di no. Infatti, altri immensi massacri hanno turbano meno le nostre coscienze e questo proprio perché non ci sono immagini. Giustamente è stata anche ricordata la foto di quella bambina vietnamita che corre nuda, con il corpo piagato dal napalm, e che contribuì a cambiare l’atteggiamento degli americani sulla “sporca guerra”. Ma il punto forse sta proprio qui. Quelle foto, quei filmati, non erano gratuiti. Si facevano vedere certe cose per far capire, per sostituire quel pianto disperato della bambina all’immagine rassicurante di John Wayne. Servivano a facilitare una presa di coscienza e a modificare gli orientamenti della società. Sbattere in faccia la realtà in tutta la sua crudeltà per scuotere, per smontare la retorica, le farisaiche giustificazioni.
    Queste considerazioni valgono per l’atroce morte di Marcello Cimino? Sinceramente, non credo. In quel caso le immagini non avevano alcun pregiudizio da smontare, non aggiungevano nulla. Piuttosto, mi è sembrato un cedere al voyeurismo di chi non chiede di capire, ma di provare un’emozione forte, il brivido dell’orrore. La mia valutazione sarebbe stata diversa se si fosse trattato di un filmato (che ahimè non esiste) che avesse fatto vedere quegli italiani che qualche giorno fa hanno dato fuoco al ghetto di Grignano, assassinando così due giovani africani. Questo per far vedere cosa succede a forza di invocare l’uso delle ruspe e a far propaganda xenofoba. In quel caso avrebbe avuto un senso, un perché.
    Stiamo vivendo una crisi che attanaglia tutto il sistema informativo, ma la soluzione non è cedere alla tentazione di spettacolarizzare tutto. Lungo questa strada il giornalismo finisce per perdere la propria funzione. Sta ai giornalisti l’onere di decidere con professionalità la gerarchia delle notizie e il come trattarle, per essere al servizio dell’opinione pubblica ed evitando di vellicarne le debolezze.

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