i fatti dopo il ragionamento

Tra antimafia e aria fritta

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La casa di don Tano Badalamenti a Cinisi, i tour delle scolaresche nei luoghi simbolo di Cosa nostra e un sindaco che, finalmente, dice quello che molti pensano ma non hanno il coraggio di dire No Mafia Tour | Blog diPalermo.it

Quando qualche anno fa la casa di don Tano Badalamenti – lontana cento passi da quella di Peppino Impastato – venne assegnata al Comune di Cinisi, l’allora sindaco Palazzolo (omonimo dell’attuale), dal balcone di quella che fu l’abitazione del potente capo mafia, celebrò l’importante conquista coinvolgendo cittadini e istituzioni. Dalla strada, una ragazzina (guai a definirla “mocciosetta”) lanciava pesanti insulti all’indirizzo del capitano dei carabinieri che stava accanto al sindaco e al fratello di Peppino.

Chiedendole il motivo di quegli insulti, la ragazzina (guai a definirla “mocciosetta”) mi rispose che “i carabinieri hanno depistato le indagini sull’assassinio di Impastato”. Insomma, per la ragazzina (guai a definirla “mocciosetta”) quel capitano dei carabinieri (che forse nel 1978 non era nemmeno nato) era responsabile del depistaggio e meritevole di disprezzo e dileggio. 

Mi è venuto in mente questo episodio leggendo quanto riporta Repubblica Torino in merito a dei fatti che sarebbero accaduti qualche giorno fa a Cinisi, protagonisti una scolaresca di Moncalieri, la casa del boss e l’attuale sindaco Palazzolo.

Agli studenti piemontesi che erano andati dal sindaco per lamentarsi delle difficoltà nel riuscire a visitare l’edificio dove viveva il boss Tano Badalamenti, il primo cittadino avrebbe risposto che lui quella casa la butterebbe giù, aggiungendo poi pesanti critiche ai tour della legalità, organizzati come “visite allo zoo”. «Alcuni di questi giovani – avrebbe detto Gianni Palazzolo – vengono qui con la supponenza di trovare il sindaco mafioso e pensano di visitare una città dove vedere i padrini con coppola e lupara».

Magari avrà esagerato nei toni, ma nella sostanza il sindaco ha ragione da vendere. Non tutti, per carità, ma molti dei fruitori del turismo-antimafia e delle visite guidate nei luoghi simbolo della storia mafiosa siciliana, sono convinti di trovare le stesse atmosfere narrate nei romanzi e nel cinema. Escursioni con colazione a sacco che fanno la gioia di quell’esercito di esaltati, affetti da una specie di sindrome di Stendhal dell’antimafia, che rimangono incantati nel vedere da vicino strade e angoli della Sicilia teatro della barbarie mafiosa o nello stingere la mano al familiare di una vittima della mafia. Emozioni da raccontare al ritorno agli amici o da condividere con un post sui social, magari aggiungendo che in Sicilia ancora la gente si chiude dietro le persiane, dice di non sapere nulla della mafia e che i sindaci sono tutti collusi con Cosa nostra. 

E non ha nemmeno torto il primo cittadino quando, provocatoriamente, afferma che quella casa appartenuta al boss lui la butterebbe giù. Perché, in questo caso, la scusa che bisogna mantenere viva la memoria per evitare che si ripetano gli errori del passato non regge. Mantenere viva la memoria non vuol dire marcirci dentro. Una Sicilia che vuole guardare al futuro non può fare certo a meno della memoria, ma non muoverà mai un passo fino a quando rimarrà in essa ingabbiata. Radere al suolo un edificio appartenuto al potere mafioso, tra le cui stanze, sebbene oggi di proprietà dello Stato, si aggirerà sempre il nome della stirpe Badalamenti, andrebbe oltre il valore simbolico.

Difficile da proporre (coraggioso è stato il sindaco) e ancor più difficile da accettare, specialmente in una Sicilia dove regna una certa antimafia che vive di simboli e di tour della legalità. Di aria fritta insomma. Eppure la vera svolta passerebbe dalla capacità di guardare avanti ricordando sì il passato, ma senza che questo diventi un macigno. Altrimenti ci sarà sempre una ragazzina (guai a definirla “mocciosetta”) che oggi griderà insulti a un carabiniere perché nel 1978 i suoi colleghi furono responsabili di avere depistato le indagini su un omicidio.

3 commenti

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  • 18 marzo 2017 16:16

    Se Cinisi fosse abitato anche da fantasmi, vi giungerebbero comitive per un qualche incontro ravvicinato. Ma a un certo punto qualcuno, non completamente soddisfatto, potrebbe protestare presso il sindaco per non aver potuto visitare la casa degli spiriti, o non aver visto l’ombra di un fantasma, né un lenzuolo volteggiare. Anzi qualcun altro potrebbe arrivare a dire che in un paese di fantasmi, si aspettava che almeno il sindaco lo fosse.
    Quale la reazione del Palazzolo di turno? Intanto dopo i dovuti scongiuri, ognuno come sa, la reazione sarebbe su per giù: “Talè sti fissa, s’aspettano ancora i fantasmi!!!” E giù risate.
    Ma la mafia non è un fantasma. Già. Non lo è per la semplice ragione che non siamo riusciti a debellarla. Siamo per lo più portati, ma è una storia vecchia, a negarla, spingendo sindaci, rappresentanti politici e noi stessi a difendere l’onore della Sicilia.
    Forse è tutta qua la storia. Ma non è abbattendo quella casa che si possono eliminare, chiamateli come vi pare, fantasmi o mafia.

  • 19 marzo 2017 12:23

    Non c’è dubbio che l’articolo di Franco Cascio sia “fuori dal coro”. Ma è anche, a mio avviso, la punta dell’iceberg di un disagio più ampio e profondo, che da anni scorre sotterraneo, emergendo a sprazzi allorquando fatti specifici lo spingono e lo impongono.
    Questo disagio fra l’altro, origina da profonde spaccature (non credo di dire niente di nuovo) verificatesi nel tempo all’interno del variegato movimento antimafioso di Cinisi-Terrasini, sia a causa di aspetti caratteriali dell’uno o dell’altro dei componenti, sia a causa della destinazione e assegnazione (spartizione) dell’immobile confiscato al Badalamenti alle associazioni operanti in quella realtà. Queste cose bisogna dirle, altrimenti di che stiamo parlando?!
    E credo, a questo punto, che il quadro cui ho accennato, imponga a tutti gli onesti l’interrogativo su cosa significa oggi, nell’attuale fase storica, fare antimafia. In questo senso la tragica storia di Impastato, che in questi decenni ha scandito i mutamenti interni ed esterni a Cinisi, diviene punto di riferimento ideale per tentare di interpretare e capire le trasformazioni intervenute sul fronte della lotta e della cultura antimafia.
    Vi è una linea di demarcazione concreta da esaminare (non è questa la sede per approfondire): il prima e il dopo del film “I cento passi”.
    Franco Cascio, allora, ha il merito, nello stesso momento in cui cerca di offrire una spiegazione alle provocatorie espressioni (surreali) del sindaco di Cinisi, di (ri)mettere indirettamente al centro questo punto che da tempo agita il dibattito (sotterraneo) sul fenomeno del “turismo antimafia” a Cinisi e nella casa del fu boss Badalamenti, oggetto di curiosità spesso morbose anche da parte di giovani studenti provenienti da ogni parte d’Italia.
    Qui la filmografia ha i suoi meriti, ma anche molti demeriti ed è per questo che non si può sfuggire a un altro interrogativo connesso al primo: che significa arrivare a Cinisi per visitare il “castello” in cui abitò il capo mafia? Cosa c’entra questo con l’educazione e con la crescita di una coscienza antimafia? Chiamiamolo con il termine esatto, allora: folclore.
    Il sindaco, sia pur confusamente, questo credo abbia voluto dire agli studenti torinesi scesi giù da quel Piemonte dove il fratello del boss, Salvatore, morì da partigiano in battaglia nel 1945. E le parole del sindaco Gianni Palazzolo sono certamente in linea con un precedente altrettanto significativo allorquando preannunciò dal balcone di “Casa Memoria”, il “9 Maggio” di due anni fa, che avrebbe cancellato quel nome e quella via. Ma da lì a poco dovette ricredersi poiché gli fu dimostrato, documenti e testimonianze alla mano, che il fratello di Tano Badalamenti era morto con le armi in pugno, da partigiano, combattendo contro i fascisti e i nazisti.
    Come è incredibilmente la vita!

  • 19 marzo 2017 13:39

    Mi dispiace, Franco, scrivi molto bene, ma non approvo. Bellissima, invece la risposta di Giuseppe. Io sono meno brava di voi a scrivere ciò che sento, ma una cosa vorrei dirvi. La lotta alla delinquenza (io non la chiamerei più Mafia!) non è qualcosa da ricordare. Noi che siamo siciliani sappiamo che basta toccare gli interessi di qualche …… che ti arrivano minacce e peggio ancora, che ti trovi di fronte ad un muro di gomma dove non si capisce più chi è il garante della giustizia e il delinquente. Io credo che ancora siamo molto lontani da quel sogno che fu di Falcone, Borsellino Dalla Chiesa, Impastato e di tanti altri che, ancora li ricordano e li fanno ricordare. Prima sapevamo chi erano i mafiosi, si potevano additare, alcuni li rispettavano, altri li combattevano. C’era, comunque un codice d’onore tra le famiglie dei vecchissimi mafiosi: donne e bambini non si toccavano, per esempio. Oggi, invece certa delinquenza è più dilagante e senza regole, è una mentalità che, piano piano è entrata a fare parte di tanta gente che può fare parte del tessuto sociale, a tutti i livelli.

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