i fatti dopo il ragionamento

Quel giudice, la cocaina e una domanda

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Il mio collega che tira fuori il tesserino durante una perquisizione, l'evergreen del lei non sa chi sono io, l'inevitabile e sacrosanta punizione e il dubbio che vi sottopongo: pretenderemmo lo stesso rigore anche per altre professioni? Tribunale Giudice Giustizia | Blog diPalermo.it

I magistrati esercitano una funzione al servizio dello Stato, non esercitano un potere. Ho letto in questi giorni diversi pezzi di cronaca relativi al caso di un giudice che, sottoposto a una perquisizione personale per la ricerca di sostanze stupefacenti, avrebbe esibito la tessera di riconoscimento ministeriale e si sarebbe qualificato nel suo ruolo di giudice.

Ho letto commenti di ogni tipo su questa vicenda. Io non voglio e non posso entrare nel merito della vicenda per due ragioni: non commento né mai commenterò fatti che sono oggetto della cognizione di altri giudici, non mi permetterei mai di commentare fatti che sono oggetto di procedimenti del Consiglio superiore della magistratura o del ministro della giustizia.

In linea generale credo che sia comprensibile il risentimento di coloro che hanno vivacemente contestato l’operato del collega: concordo con chi reputa che un magistrato, anche fuori dall’esercizio della giurisdizione, debba tenere un comportamento consono al ruolo che ricopre. Tuttavia mi pongo un quesito: pretenderemmo lo stesso rigore anche da altri professionisti, avvocati, medici, ingegneri, notai e così via?

E ancora. Se è vero che il collega sta pagando per l’errore che ha commesso (ovviamente mi riferisco a ciò che riporta la cronaca e non mi permetto di esprimere valutazioni su fatti oggetto di indagini o di processi) qualcuno ha l’onestà intellettuale di dirmi se altrettanto accadrebbe nelle altre professioni? Quanti chirurghi, avvocati, giornalisti, ingegneri, notai hanno subito procedimenti disciplinari per avere fatto uso di sostanze stupefacenti ? Io non ne ricordo nessuno.

Detto questo, ritengo che se un collega ha usato cocaina ha sbagliato, e se si è qualificato come giudice durante una legittima perquisizione ha sbagliato due volte. Quando ho giurato fedeltà alla Costituzione Italiana, oltre 22 anni fa, ho avuto consapevolezza che mi stavo accingendo ad esercitare non un potere, ma una funzione al servizio dello Stato e chi esercita una funzione al servizio dello Stato non dovrebbe mai dire “lei non sa chi sono io”, perché noi magistrati altro non siamo che funzionari al servizio dello Stato.

Può accadere che nella mente di un giovane magistrato possa comparire la malsana idea di essere una persona importante, di detenere un potere. Non è così. Non deteniamo alcun potere, esercitiamo una funzione che ci richiede un particolare equilibrio e un particolare stile di vita. Non possiamo e non dobbiamo manifestare le nostre idee politiche, non possiamo frequentare persone di dubbia moralità, non possiamo ovviamente usare sostanze stupefacenti né alcoliche, e aggiungerei che abbiamo il dovere di esercitare decorosamente la nostra funzione, con equilibrio e sempre con l’insegnamento di calamandreiana memoria secondo cui un giudice deve coltivare sempre il dubbio e non avere pregiudizi.

È facile lasciarsi inebriare dalla suggestione del potere, ritenersi diversi dagli altri per la toga che indossiamo. Pensare di essere “importanti” o famosi perché un giornalista scrive di una nostra sentenza. Ma non è questo che è richiesto dal servizio che esercitiamo in nome del popolo italiano. Quel servizio ci richiede sobrietà, equilibrio e un codice etico molto severo.

Tanti anni fa un giornalista mi ricevette negli uffici della società calcistica del Palermo con i piedi sulla scrivania e mi disse “ma lei sa chi sono io?”. Io lo sapevo, ma non mi interessava sapere chi fosse. Beh, quel giorno pensai quello che penso tutt’oggi: nel mondo i signori “lei non sa chi sono io” sono dappertutto, e in tutte le professioni.

4 commenti

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  • 24 marzo 2017 12:37

    L’espressione “Lei non sa chi sono io” presuppone che colui che la pronunzia, sia, in qualche modo, un uomo di potere, altrimenti non ha alcun valore, anzi non ha senso. Il “potere” può essere poi piccolo o grande, all’interno di un microcosmo di paesino o di un contesto più vasto, ma è un sempre presupposto necessario affinché quella infelice espressione abbia valenza. Un magistrato che dice ad un poliziotto quella frase commette reato. Un dentista che fa la stessa cosa dice semplicemente una frase di cattivo gusto. Non è una differenza da poco.
    Esiste un reato che si chiama “concussione per costrizione”. Colui che, profittando del potere derivante da una carica-funzione pubblica, cerca di trarre ingiusti vantaggi nel privato commette reato. Il magistrato che, facendosi forte del suo ruolo di potere, tira fuori il tesserino per passare il turno in un ospedale o per avere chiuso un occhio dal vigile urbano, commette reato grave. Berlusconi è stato condannato a ben sette anni per questo reato (per molto meno: l’episodio della “nipote di Mubarak”).
    Viceversa, se la frase “lei non sa chi sono io” la pronunzia un dentista o un professore di filosofia, non commette alcun reato (salvo che il professore di filosofia non sia in quel momento un commissario d’esame che si rivolge al vigile urbano genitore di un suo studente). Non è quindi questione (solo) di stile, è questione di sostanza.

  • 24 marzo 2017 17:50

    Sono d’accordo con Mario. L’articolo mi sembra (inavvertitamente?) riduttivo delle conseguenze morali, e non solo, che un comportamento di tal fatta da parte dell’ esponente di una categoria che si dovrebbe porre super partes e dovrebbe assumere una condotta esemplare rispetto all’intera collettività’. E’ troppo comodo ridimensionarsi a “semplici funzionari dello Stato” quando da più parti gli stessi vengono indicati quali gli unici in grado di ricoprire un ruolo quasi salvifico dell’intera nazione.

  • 25 marzo 2017 07:24

    Ma sa chi sono io? Ma mi faccia il piacere, diceva il famoso Toto’. Sono pienamente d’ accordo con Mario.

  • 25 marzo 2017 14:18

    Condivido alla grande il 95% dell’articolo. Solo non capisco l’invidia, diciamo così, per gli spensierati liberi professionisti. Soggetti – lo ricordo – pienamente alla Responsabilità Civile delle loro azioni; cosa che i magistrati, non proprio. Con stima

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