i fatti dopo il ragionamento

Il potere, e i doveri, di un giudice

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Il magistrato trovato con la cocaina e l'impossibile indulgenza verso chi è chiamato, per mestiere, scelta e vocazione, a giudicare le vite degli altri Bilancia Giustizia | Blog diPalermo.it

In un recente intervento qui su diPalermo.it Nicola Aiello, giudice la cui accuratezza giuridica va di pari passo con l’acutezza e lo stile che dimostra come osservatore dell’attualità nostrana, si sofferma sul caso di quel suo collega che, scoperto a comprare cocaina nell’ambito di una maxi inchiesta sullo spaccio di droga che ha turbato i sonni della presunta social life panormita, avrebbe mostrato in sede di perquisizione il suo tesserino di magistrato, in un goffo e quasi buffo tentativo – se il fatto fosse vero – di cavarsela dall’incombente, inevitabile casino.

E, pur sottolineando a chiare lettere come tutto ciò sarebbe certamente grave e meritevole delle più rigorose sanzioni se confermato in giudizio, Aiello si pone una serie di domande, che trascrivo testualmente a scanso di inesattezze: “Tuttavia mi pongo un quesito: pretenderemmo lo stesso rigore anche da altri professionisti, avvocati, medici, ingegneri, notai e così via? E ancora. Se è vero che il collega sta pagando per l’errore che ha commesso (ovviamente mi riferisco a ciò che riporta la cronaca e non mi permetto di esprimere valutazioni su fatti oggetto di indagini o di processi) qualcuno ha l’onestà intellettuale di dirmi se altrettanto accadrebbe nelle altre professioni? Quanti chirurghi, avvocati, giornalisti, ingegneri, notai hanno subito procedimenti disciplinari per avere fatto uso di sostanze stupefacenti ? Io non ne ricordo nessuno”.

Beh, sforzandomi di quella stessa onestà intellettuale che il giudice Aiello giustamente esige da chi voglia rispondere a tali sue domande, ci provo io: non è la stessa cosa. Non lo è perché, se è vero com’è vero che l’italico stile del “lei non sa chi sono io”, più vecchio della camminata a piedi, è lercio e maleodorante in qualunque caso e in qualsivoglia contesto, e se è vero che in qualsiasi contesto professionale e lavorativo i vizi privati – se tali sono – fanno sempre a pugni con le pubbliche virtù, ciò è ancora più vero, ancora più grave e ancor meno tollerabile se si tratta di un magistrato.

E il motivo è presto detto: perché il magistrato, giudicante o requirente che sia, è colui che per scelta, vocazione, onere e dovere, è chiamato ad un’attività ben precisa, tagliente come una lama, cruciale: quella di decidere e di punire. E decide della libertà altrui, della proprietà altrui, della reputazione altrui: in una parola, latamente, della vita altrui, del destino altrui.

In quanto tale, il magistrato non è un semplice passacarte o un addetto all’annona. È colui che esercita un potere per sua natura immenso. Ed è un potere che, proprio per la sua immensità e per la sua dirompente forza d’impatto sulle “vite degli altri”, è un potere (per dirla con Gianrico Carofiglio, non a caso magistrato oltre che scrittore) che sarebbe quasi “osceno” se non fosse temperato, disciplinato, mitigato e modulato da un elemento essenziale: le regole, la forza delle regole, il rispetto delle regole.

Un rispetto cui il magistrato è tenuto, proprio perché titolare di questo potere, non “come” gli altri, ma molto più degli altri. Perché se così non fosse, se il magistrato -per dirla con Giolitti – le regole agli altri le applicasse e a se stesso le “interpretasse”, indulgendo alla notte in ciò che al mattino censurasse a suon di custodia in carcere ed anni di reclusione, verrebbe – molto semplicemente, molto banalmente, molto tragicamente – a saltare l’intero sistema di riferimento delle regole e della civile convivenza, e ci ritroveremmo non più nello Stato di diritto, ma in quello dell’arbitrio, e dunque del delitto.

E allora, pur con tutto il rispetto per la vicenda umana di un uomo che può sbagliare -e che fortunatamente per le nostre regole, fino a nuovo ordine, può redimersi e riabilitarsi – spiacente, caro giudice Aiello, ma non ci sono paragoni. Parola di un modesto avvocato che, per la sua collocazione professionale, il procedimento disciplinare rischia quotidianamente di beccarselo per molto meno di un “lei non sa chi sono io”.

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