i fatti dopo il ragionamento

La setta del No a prescindere

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La buffa storia degli ulivi da spostare in Puglia per la costruzione di un gasdotto e l'immobilismo di chi non vuole andare da nessuna parte. In nome di un malinteso senso di civismo Uliveto Ok 1 | Blog diPalermo.it

Se non sei No-qualcosa, in questo Paese, non sei nessuno. Dapprima furono i No-Tav, poi i No-Triv, adesso i No-Tap. Che hanno bloccato un’opera ritenuta strategica per evitare l’espianto di 215 ulivi nell’area interessata ai lavori nel comune di Melendugno (Lecce). Che poi, terminati i lavori, tali ulivi (dopo essere stati custoditi in un vivaio non molto distante) verranno ripiantati nello stesso identico posto, sembra non interessare nessuno.

Così come non interessa a nessuno il parere dell’Osservatorio fitosanitario regionale, emesso in senso positivo; quello del ministero dell’ambiente; persino la presa d’atto della procura di Lecce, in un momento storico in cui basta un fruscìo di vento per iniziare inchieste senza sapere dove portino – e se portino a qualcosa –  che non ha riscontrato nessuna irregolarità. Perché la questione è in parte di merito, certo, ma per la maggior parte attiene allo spirito dei tempi.

La prima riguarda la scelta di far transitare da una zona a vocazione turistica (con i lavori di scavo che sono previsti proprio per limitare al minimo l’impatto ambientale della stessa: i tubi altrimenti dovrebbero passare dalla spiaggia) un gasdotto lungo ottocentosettanta chilometri che, partendo da Kipoi (al confine tra Turchia e Grecia), attraversando Grecia e Albania e poi l’Adriatico, porterà in Italia il gas naturale proveniente dal Mar Caspio (da qui il nome Tap: Trans-Adriatic Pipeline).

Un metro e ventidue centimetri il diametro del tubo interrato, dieci miliardi di metri cubi annui il gas trasportato. Opera strategica, nel merito, per le note questioni legate agli approviggionamenti energetici del nostro Paese. Solo che le opere strategiche, in Italia, sono diventate dei Moloch ai quali opporsi senza se e senza ma, per quel cortocircuito tra un malinteso sentimento di rifiuto della modernità  – rappresentata dalle grandi infrastrutture – che corrompe, viola e distrugge il paesaggio, coprendo con una coltre di nebbia l’immagine bucolica del piccolo mondo antico del quale gli italiani, improvvisamente, hanno capito non poter fare a meno, e il disconoscimento totale delle decisioni dell’autorità, qualunque essa sia.

Il primo si alimenta di suggestioni e si fa bastare le stesse, anche quando nella realtà non ci sarà (come nel caso della Tap) né devastazione dell’ambiente né minaccia per la salute degli abitanti; il secondo è ormai una costante della narrazione della nuova cittadinanza educata dal web, convinta che l’informazione tradizionale sia, per definizione, menzognera ed occultatrice della verità – da ricercare, va da sé, nel mare magnum delle notizie non verificabili dei social -, al soldo di un’autorità che trama contro i cittadini, il loro presente e il loro futuro. Quando questo cortocircuito incontra un Emiliano o un De Magistris, autonominatisi condottieri del popolo contro i soprusi delle istituzioni – che, per altro, rappresentano – il gioco è fatto.

Perché Emiliano non è che non sia d’accordo: basta solo spostare il tracciato. Senza dire (punto primo) dove, e (punto secondo) omettendo di dire che – non trattandosi dello spostamento di una pista Polystil, chiederne lo spostamento, con tutte le esigenze di progettazione, conferenze dei lavori, nuove opposizioni, approvazioni, che ciò richiederebbe, equivale a mettere l’opera per sempre nel frigidarire. Che è ciò che si vuole.

Perché la religione del No è la nuova frontiera di questo civismo frainteso, l’eterogenesi dei fini delle buone intenzioni che degenera nell’immobilismo a prescindere di chi non sa dove andare, e non vuole che nessuno ci vada.

2 commenti

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  • 29 marzo 2017 18:23

    Concordo in tutto.

  • 30 marzo 2017 00:27

    Il NO, a conti fatti, vince solo sullo Stretto di Messina. No al ponte, come ribadito ieri a Messina da Delrio, ministro mediopadano, e i siciliani non se ne dolgono. Esco pazzo

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