i fatti dopo il ragionamento

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Le elezioni comunali e quella piccola rivoluzione forse necessaria per fare riacquistare credibilità ai giornali. E per sgomberare il campo da dubbi ed equivoci. Negli Usa è prassi consolidata, perché da noi no? Giornali | Blog diPalermo.it

Le elezioni comunali a Palermo si avvicinano e la campagna elettorale, come è fisiologico, si inasprisce. Lo dicono i toni delle dichiarazioni dei politici, lo confermano le invettive e le accuse di un candidato all’altro, i veleni, i sospetti. Lo stesso avviene tra gli schieramenti a sostegno dell’uno o dell’altro. Ad oggi, gli aspiranti alla carica di sindaco del capoluogo siciliano sono sette: l’uscente Leoluca Orlando, Fabrizio Ferrandelli, Ugo Forello, Tony Troja, Nadia Spallitta, Ismaele La Vardera, Ciro Lomonte.

In questo contesto, l’informazione ha dato e darà il suo importante e indispensabile contributo, fornendo elementi di conoscenza sui programmi dei candidati e sulle compagini che li sostengono. Evidenzierà i punti deboli e i pregi di una candidatura, la compattezza delle alleanze che lo appoggiano, la sua competenza, la sua esperienza e altro ancora.

Mi chiedo tuttavia per quale motivo la stampa locale, mutuando una pratica già consolidata negli Usa e nei paesi anglosassoni, non faccia il proprio endorsement a favore di un candidato. L’endorsement – lo ricordo a quei pochi che non lo sanno – è la dichiarazione da parte del direttore di un giornale in favore di un partito o di un uomo politico, alla vigilia delle elezioni.

In italia si ricorda il caso dell’endorsement del Corriere della Sera e del direttore di allora, Paolo Mieli, in favore di Romano Prodi (Corriere della Sera del 28 marzo 2006). Più recentemente, il New York Times – come altre 57 testate giornalistiche su 59 – ha reso pubblico il suo sostegno a Hillary Clinton, poi sconfitta da Donald Trump, sostenuto da soli due giornali. Ebbene, è cosi assurdo pensare che Giornale di Sicilia, Repubblica Palermo, La Sicilia (solo per citarne alcune) e le testate giornalistiche su web, tv e radio, le agenzie di stampa, facciano l’endorsement in favore del loro candidato?

Ovviamente la scelta dovrà essere argomentata, ma chi, più e meglio di un giornale, può farlo? La dichiarazione di voto, infatti, viene effettuata dal direttore e laddove avviene, non penalizza la testata né sul versante della sua credibilità né su quello della sua autorevolezza. Tutt’altro: serve proprio a eliminare ogni ipocrisia e a offrire parametri di giudizio nella massima trasparenza.

Come rileva l’interessante studio di Amalia Zucaro dell’Università La Sapienza di Roma, “gli americani partono dal presupposto che i giornali svolgano il loro compito di watchdog nel principale interesse dei cittadini. Dunque, un’aperta dichiarazione di preferenza politica resta nell’ottica di un’opinione prettamente giornalistica (che il lettore è libero o meno di condividere), tanto più che è articolata sempre in una serie di argomentazioni puntuali che vanno a spulciare qualunque aspetto relativo al candidato in questione. Non si tratta di endorsement ideologici, ma di chiare e oneste valutazioni sulle capacità degli uomini in lizza a governare il Paese”.

Nello studio della Zucaro si evidenzia la scarsa autonomia del giornalismo italiano e il suo forte legame con la politica e le sue dinamiche, ma quello dell’endorsement può essere un modo per essere chiari sino in fondo nei confronti dei lettori-elettori che, comunque, una loro idea sulla collocazione politica delle testate giornalistiche e sulle loro simpatie se la sono fatta. Anche a Palermo.7

2 commenti

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  • 09 aprile 2017 19:04

    In un paese in cui non si è disposti a spendere qualche euro per l’acquisto di giornali, è difficile credere che i suoi abitanti percepiscano la stampa come watchdog nel principale interesse dei cittadini. Vale per l’Italia, ma forse ora anche per gli Usa: qualcosa deve pur significare se 57 testate su 59 hanno fatto endorsement per la Clinton, ma è stato Trump a vincere le elezioni.
    Da noi in quest’anno elettorale, un candidato avrebbe seriamente da temere per il suo futuro politico se uno solo dei media facesse endorsement in suo favore. Il perché è tutto in una parola: casta. Come appartenente ad essa sarebbe infatti etichettato quel candidato che ricevesse un appoggio conclamato da giornali su carta o online.
    E allora? Meglio un casting presso la Casaleggio Associati: basta essere mediamente 30/40 enni, vergini (solo in politica, tranquilli), è questo il vero atout, non essere agente dei servizi o avere o avere avuto parenti spioni.
    E preparazione e competenze? Non proprio necessarie, potrebbero dare alla testa in una comitiva in cui solo uno decide. E poco male se una volta eletti si dovrà rinunciare a parte delle prebende: meglio che niente vista l’aria che tira fra i pentastellati che hanno arruolato il prof. Domenico De Masi, sociologo, fine pensatore, quello che da “lavorare meno, lavorare tutti” è arrivato a «lavorare gratis, lavorare tutti»: «La disoccupazione ci salverà».

  • 09 aprile 2017 19:08

    Il voto è segreto. Mio nonno diceva sempre così. E giù menate sulla sacralità dell’urna elettorale, l’emozione della cabina, la matita.
    Ma non era un fissato della privacy, non ne parlava nessuno allora.
    Era fine calcolo, il suo. Aveva un solo obiettivo: assicurarmi un posto fisso.
    E per questo girava di segreteria in segreteria, di ogni colore. Destra, sinistra, centro. Un lavoro infaticabile, certosino. Ricordo ancora il suo petto tronfio quando mi comunicò raggiante di aver raggiunto finalmente l’agognato traguardo: un meraviglioso, solido posto a tempo indeterminato al ‘genio pontieri’ di Pordenone. Certo, una raccomandazione di terza serie, non di quelle che aprono le porte alle scrivanie della regione o in uffici distaccati del CNEL. Un autentico miracolo, per me orfanello diciottenne con diplomino, neanche troppo brillante, di ragioniere.
    Ebbene, gli editori dei quotidiani siciliani non si discostano molto da quel calcolo. Un endorsement oggi? Pericolosissimo prendere posizione in un momento storico non più caratterizzato da una facile scelta di campo come ai tempi di Mieli: bianco o nero. Adesso, con l’intera scala dei grigi a disposizione, è difficile operare una scelta di simpatia pubblica; con il rischio -concreto- di ritrovarsi presto sullo stesso carro di qualche impresentabile imbarcato dal candidato scelto, per sopravvenute convenienze elettorali. No, meglio evitare. Un po’ di saggezza, suvvia. Come quella dei nonni. Tanto, prima o poi, qualcosa si becca.

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