i fatti dopo il ragionamento

Tra i fumi dell’alcol e il vulcano

di

Etna Vigneti | Blog diPalermo.it

Imboccare la Palermo-Catania/Messina per me ha sempre significato “gita”. E le gite sono uno dei rari motivi per cui non ti pesa alzarti presto la mattina, metterti in macchina e fare sei ore di viaggio tra andata e ritorno in giornata perfino se fuori diluvia e le temperature si sono nuovamente abbassate come fosse febbraio.

Con questo entusiasmo fanciullo nel cuore, mettersi in viaggio verso Contrade dell’Etna il 3 aprile scorso era già una promessa di gioia e, sebbene il castello Romeo non fosse il castello della Bella Addormentata come magari qualcuno si aspettava, la folla festante, gli amici incontrati chi per caso e chi no, le decine di cantine che magnificavano le novità della Doc Etna e il giardino con tanto di palme e roseto hanno reso una giornata mediamente uggiosa ricca di sprazzi di sole.

Per essere sincera, devo confessarvi che non sono quello che si dice “una potenza” nel campo del vino: tra la mia intolleranza ai tannini e la mia passione per le bolle, in mezzo è una continua ricerca al vino che mi conquisti. E ammetto anche che sono andata più con la speranza (non rimasta vana) di incontrare i miei amati chef che per assaggiare tutti i vini proposti. Tutto ciò per confessarvi che dopo un paio di ore di assaggi – e giuro che ho sputato come una vera intenditrice – complice lo stomaco vuoto, ero già così tanto bella allegrotta che sembrava fossi reduce da una nuotata nel primo tino disponibile, con tanto di coreografie di nuoto e tuffi nel vino, manco fossi stata Esther Williams nel suo peggior periodo da alcolista (semmai lo abbia avuto…).

Ma prima del tracollo, devo dire che ho apprezzato molto il giro di degustazioni che i miei amici esperti e sommelier mi hanno invitato a seguire. In particolare sono rimasta colpita da due “spremute d’uva”, perché non saprei definire altrimenti questi due vini, provenienti direttamente dalle vasche, che mi hanno fatto letteralmente innamorare di loro: il primo, il Gamma di Federico Curtaz, un Etna bianco inaspettatamente fine nonostante l’aspetto naturalmente torbido, ricco di sali minerali ma con una nota zuccherina finale che lascia la bocca gradevolissima; il secondo, il Susucaru di Frank Cornelissen, un rosato di uve Nerello Mascalese, Moscadella, Malvasia e Cattaratto dall’impatto deciso, quasi legnoso ma al contempo gentile e beverino e dal colore ammaliante. Ma poi il nome… volete mettere?

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