Per carità. Nessuno tocchi Massimo Ciancimino. Nessuno pensi nemmeno minimamente di delegittimare, intimidire o comunque condizionare un testimone che sta coraggiosamente raccontando verità scomode, anche se a distanza di tanti anni dai fatti. Nessuno, poteri forti, Servizi deviati o politica inquinata, anche ai massimi livelli del Governo o dello Stato, pensi di metterlo a tacere: e difatti, a ben guardare, nessuno di coloro che il superteste ha chiamato in causa ha agito, strepitato, protestato. Anzi, molti non lo hanno neanche preso minimamente in considerazione. E vedendo come si agitano certuni, anche per molto meno, la cosa non può che far riflettere.
Però al tempo stesso anche Massimo Ciancimino non venga messo nelle condizioni di fare quel che gli pare. Che abbia deciso di cominciare a parlare mentre era in corso il processo d’appello contro di lui, per la sparizione del tesoro del papà, passi. Che si sia scelto i pubblici ministeri, evitando accuratamente di offrire la propria collaborazione a quelli che avevano indagato su di lui, è un dato di fatto. Che abbia tentato in ogni modo di delegittimare, accusare, agitare sospetti su coloro che avevano investigato su di lui, ci può stare: quanti articoli di giornale sulla cassaforte di casa di Massimo non perquisita e sul “papello” che sarebbe sfuggito a un comodo sequestro, già nel 2005. I media si sono interrogati a lungo sulla malafede dei carabinieri e poco, forse troppo poco, sul fatto che un documento così importante sarebbe stato lasciato alla mercé di chiunque, nella stanza del figlio del superteste.
E lasciamo stare pure che Ciancimino jr non ha finora indicato un centesimo uno, appartenente o riferibile a lui stesso o a suoi amici e prestanome. E anche che dalle perizie sulle sue carte non ci siano riscontri a quel che dice: molti documenti sono in fotocopia, le perizie calligrafiche e grafiche in queste condizioni non riescono e dubbi ci sono soprattutto sui pizzini da lui attribuiti a Bernardo Provenzano, che non sono stati scritti con nessuna delle sette macchine da scrivere conosciute a “Binu”.
Che – infine – Massimo parli (assai) con i giornalisti, è – come usa dire – tuttu bonu e binirittu, dal punto di vista dei giornalisti. Un po’ meno per la pubblica accusa, ma ognuno pensa ai casi suoi.
Ciò che lascia sinceramente perplessi è il meccanismo della reiterata rateizzazione. Oggettiva e soggettiva. Oggettiva, perché in questo misto fra un pozzo di San Patrizio e un vaso di Pandora che sono gli archivi di Massimo e don Vito, spunta ogni giorno una carta nuova. E il rischio che qualcosa non sia autentica o genuina, come cerca di dimostrare il generale Mario Mori (che però è imputato e potrebbe essere prevenuto contro Ciancimino jr), aumenta di giorno in giorno. Rateizzazione soggettiva, poi: perché un giorno parla Massimo, poi il fratello Giovanni, poi fanno il libro assieme, poi si sfoga la sorella Luciana, poi parla la mamma ammalata che impediva, con la sua malattia, di recuperare alcuni importanti documenti; d’improvviso recupera lucidità, memorie e carte, tra cui il famoso assegno di Berlusconi a don Vito…
Ciancimino jr non è un pentito, d’accordo: non deve dire e dare tutto entro i 180 giorni imposti per legge ai pentiti. Però, dicevano i latini, est modus in rebus. Da questa vicenda dipendono non solo i soldi di don Vito e le inchieste su quarant’anni di storia italiana, aperte o riaperte dalla Procura di Palermo, ma la credibilità dell’intera magistratura inquirente e della stampa, che da due anni e passa si nutrono del verbo del superteste. E persino la credibilità della pubblica opinione: perché anche l’opinione pubblica dev’essere informata, autorevole e credibile, in un Paese democratico. Credibile, non credulona.




Non finirò mai di stupirmi di come le cose possano cambiare aspetto spostando semplicemente il punto di vista (o l’obiettivo di una telecamera).
Interessante spunto di riflessione.
io non credo che Ciancimino Junior stia facendo chissa` che rivelazioni, sono tutte storie vecchie che finche` non si trovano prove serie restano storie..
Le prove purtroppo sono difficili da reperire e Ciancimino porta le carte del padre sulla trattativa tra stato e mafia come prove, ma purtroppo prove non sono..
Io sono convinto che Paolo Borsellino fosse sul punto di trovare le prove, e per questo ha pagato con la vita.
purtroppo lo stato si scontra giornalmente contro se stesso.
Borsellino indagava sui soldi che dalla Sicilia salivano in svizzera e scendevano a Milano.
Ciancimino dice la stessa cosa, e aggiunge che quei soldi erano una forma di scambio e legame tra alcuni gruppi imprenditoriali e ditte edili e mafia della droga e delle estorsioni.
credo che ogni siciliano onesto ormai questa storia la conosca, che alcuni imprenditori, parte della politica e mafia, siedano allo stesso tavolo, usino gli stessi negozi di vestiti e ristoranti.
credo anche che una grossa parte di questo paese faccia finta di non vedere, perche` conviene vivere in un posto senza trasparenza e dove l`illegalita` e` tollerata.
salvo poi scoprire che si muore negli ospedali per mancanza di strutture e perche` i soldi vanno nelle tasche di pochi..
scusate lo sfogo, ma veramente credo abbiamo perso il senso della Politica, e parliamo sempre delle stesse cose senza venirne fuori!!
la mia famiglia mi ha insegnato che la mafia e` nei comportamenti, nel non essere trasparente, nell`approfittare di tutte le situazioni solo per il tornaconto personale..nel non rispettare qualsiasi regola anche se apparentemente stupida..
e poi mi giro e vedo le stesse persone che mangiano nella stessa mangiatoia,e molta gente che vuole imitare.
Versione corretta.
Tonjo dà un bello spunto; perché su dipalermo.it (che nasce ora e che quindi può ancora darsi una linea originale) i commentatori non si impegnano, prima di inviare, a verificare la logica, la razionalità delle loro considerazioni? Perché non impediscono alle viscere di prevalere sulla ragione? Coloro che lo faranno potrebbero chiudere il commento con la formuletta: “verificato”, il che, forse, li renderebbe più responsabilizzati. Lo spunto me lo ha dato Tonjo perché prima scrive: “…finché` non si trovano prove serie restano storie…” e poi aggiunge: “…credo che ogni siciliano onesto ormai questa storia la conosca…”, dando ad “onesto” il valore dell’uomo giusto. Allora, secondo Tonjo occorrono le prove serie (e chi può dargli torto?), ma sempre secondo Tonjo chi è “onesto” ha anche la certezza di come stiano le cose (e chi può dargli ragione? La certezza non è la conseguenza necessaria dell’onestà o della giustizia). Dài, facciamolo bello questo luogo di incontro di Gery Palazzotto e diamoci un’ambizione in più. Verificato…
Caro Riccardo,
Alla luce delle vicende para-giornalistiche degli ultimi giorni credo che ormai per la credibilità della stampa non ci sia più nulla da fare.
Comunque, ottima e lucida analisi.